Approfondimenti

Greyshirt: Indigo Sunset

Greyshirt: Indigo Sunset - immagine1-1706Non voglio essere pedante, ma è vero che chi alla metà degli anni ’80 ha visto rinascere il fumetto americano per merito di opere come The Killing Joke e Watchmen non può essere mai abbastanza grato al maestro inglese. Con la sua grande capacità narrativa unita ad una cultura fuori dal comune, ha saputo riportare tanti appassionati verso un medium che, almeno per quello che veniva pubblicato allora in USA, navigava in cattive acque.
Ma cosa c’entra questa disgressione iniziale con Grayshirt: Indigo Sunset, il volume del quale sto per parlare? Apparentemente nulla, a parte la già citata preziosa introduzione del vate di Northampton. Pero’ l’autore di questo volume ha qualcosa in comune con e con la rinascita del comics americani. Tanto per cominciare subentro’ a Moore sulla strepitosa testata Swamp Thing nella seconda metà degli anni ’80, dopo esserne stato solo il disegnatore, riuscendo a mantenere a livelli altissimi la serie dalla quale si stacco’ solo dopo che una sua storia, ritenuta scabrosa per i riferimenti religiosi presenti, venne censurata dalla . In secondo luogo, con , anche se con rilevanza ed importanza diversa, ha in comune il ruolo che ebbe (e che tuttora mantiene) nel ridefinire e ammodernare il fumetto americano.

Già dalle sue prime opere (cito per esempio la graphic novel Heartburst, edita in Italia negli anni 80 dalla defunta Labor) si poteva notare la notevole capacità che questo autore aveva nell’impadronirsi di un linguaggio popolare definito, come quello della narrativa disegnata a sfondo fantastico, e rielaborarlo per il gusto e la sensibilità del momento, riuscendo sempre nel non facile tentativo di cambiare l’angolo di osservazione su un’umanità che, nei suoi disegni e dai suoi testi, appariva alquanto deviata e deviante, o forse meno rassicurante se messa a confronto con i canoni estetici ricorrerenti. Cio’ è forse più evidente in altre sue opere (The One, Bratpack, Maximortal, Teknophage) dove, in ambientazioni fantastiche, l’analisi sociale, spesso e volentieri intrisa di pessimismo e di feroce critica, si miscela con la ridefinizione di topoi narrativi; come per le analisi e la dissacrazione del modello superoistico (Bratpack e Maximortal) tanto diversi dalla liricità di interventi simili che negli anni 80 era frequente leggere (i già citati Watchmen, Dark Knight, ma anche Miracleman/MarvelMan).
Veitch è uno sperimentatore all’interno di un’industria solida e fiorente come quella dei comics e anche per questo, in un certo qual modo, è paragonabile a Moore. Chi ha letto Rare Bit Fiends (pubblicato in Italia dalla Phoenix) sarà d’accordo nell’affermare che una tale spregiudicatezza e coraggio nell’ideare una serie che, in poche tavole, parli solo dei suoi sogni, prontamente trascritti al risveglio, non è cosa comune.

Veniamo, dunque, a questo Greyshirt, personaggio che si muove nell’universo narrativo dell’American Best Comics. Apparso già in storie brevi sull’antologico Tomorrow Stories per i testi (manco a dirlo) di Moore, questa serie risultava essere la più spassosa per il mio occhio cresciuto a pane e comics americani. In poche parole: in un contesto pressoche’ noir, la serie racconta le gesta di questo Dandy mascherato che riesce con rara abilità a sconfiggere il crimine di Indigo City.
Tutto qui? Sì e no. Perche’ se da un lato è vero che il plot è sempre ridotto all’osso, la struttura narrativa invece è quantomai innovativa e dinamica nella ricerca di soluzioni sempre diverse. In poche pagine (gia’, perché l’antologico è diviso tra diversi personaggi), con meraviglia ci si immerge in una riedizione della letteratura pulp attraverso vertigini narrative inusuali per questo genere. Come quando, in alcune storie, ci troviamo di fronte a vere citazioni dell’opera del grande maestro della letteratura disegnata, Will Eisner, che con il suo Spirit si è occupato sì di crime story, dando il via, contemporaneamente, ad una visione moderna di questo medium, donandogli inaspettata, fino ad allora, rispettabilità artistica, anche al di fuori della cerchia dei lettori abituali di comics. Credo che la leggera somiglianza tra i due personaggi e le similitudini in alcuni meccanismi narrativi tra queste due serie non siano sfuggite ai più: Greyshirt è infatti chiaramente un omaggio all’illustre predecessore.
Faccio l’esempio della sua nascita che in qualche modo ricorda quella di Spirit: in entrambi i casi c’e’ un incidente che fà credere morto il protagonista, il quale ha la possibilità di entrare in clandestinità e combattere il crimine, celandosi il viso, uno dietro una maschera, l’altro dietro un foulard rosso. L’unica differenza è che Spirit prima era un detective, Denny Colt, mentre Greyshirt era un piccolo criminale, Franky Lafayette, che da tempo aveva delle remore nel proseguire la carriera, come si vede nella storia The making of (Tomorrow Stories #3 – dic. 99, in Italia su American Best Comics #4), dove, tra l’altro, possiamo ammirare una splash page degna delle storie di Eisner.

Altro esempio, ben più affascinante, è la struttura narrativa che Moore e Veitch adottano in How things work out (Tomorrow stories #2 – nov. 99, in italia su ABC #3), dove la pagina viene suddivisa in quattro parti orizzontali per raccontare un’unica vicenda che scorre parallelamente su quattro linee temporali, e che si svolge sui quattro diversi piani di un palazzo di Indigo. Qui il lettore ha la facoltà di leggersi le otto pagine che compongono questa storia una dopo l’altra in senso verticale e quindi saltando da un piano, fisico e temporale, all’altro; oppure leggere la storia seguendo orizzontalmente il suo svolgersi da una pagina all’altra, per poi passare al piano di sotto e ripartire dall’inizio. Complicato, vero? E’ più facile leggerlo che spiegarlo, ma credo che la grande abilità artistica dei due autori, qui mostrata, sia ben debitrice della lezione di Will Eisner e del suo Spirit, che omaggiano nella sua parte più sperimentale e creativa.

Rimarrebbe da capire da che sacco sia venuta tutta questa farina, o meglio, è tutto merito del deus ex machina Moore oppure il buon Veitch ci ha messo del suo? Credo che la seconda risposta sia la migliore, se non altro perché, come ho cercato di argomentare, Veitch ha sempre avuto la capacità d’impossessarsi di una materia e ri-forgiarla secondo il suo gusto, molto spesso contorto e grottesco. Ma potrei sbagliarmi, anche se la già citata introduzione al volume e le lodi sperticate, quanto giuste, mi fanno pensare di essere sulla buona strada.

In Indigo sunset (miniserie di 6 numeri che verrà proposta in due volumi dalla ) c’e’ comunque un cambio di registro evidente nelle storie di Greyshirt, se non altro per la completa autonomia di Veitch, qui orfano di Moore.
La caratteristica più evidente di queste storie è senza dubbio la quasi totale assenza (o, perlomeno, la sporadica presenza) di Greyshirt, che diventa così quasi un’icona leggendaria da temere o ammirare, a seconda da quale posizione della scala sociale di Indigo lo si osservi. Nel sottrarre la presenza fisica del suo campione, inevitabilmente, la città e il suo intrigo di storie acquisiscono la luce dei riflettori.
E cosa sceglie di fare Veitch per spingere la serie in questa direzione? Adotta un espediente narrativo inusuale (per quanto non originale), e cioe’ aggiunge ai singoli albi di questa serie le pagine di un fantomatico quotidiano (Indigo City Sunset, appunto), sulle quali il tono scandalistico e grottesco delle improbabili notizie amplifica la sensazione di essere intrappolati in una fitta e accurata tela, atta a definire, più nelle atmosfere che nei particolari, la città di Indigo come la vera protagonista e il soggetto principale delle storie. Cosa che potremmo dire anche del quotidiano stesso che, con il suo corollario di scoop e bassezze, si potrebbe considerare il palcoscenico sul quale vengono rappresentate e storicizzate le incredibili vicende di Indigo.
Perche’ tutto poi non sembri fittizio, Veitch sfrutta quelle comparse che lui e Moore avevano introdotto nei racconti apparsi su Tomorrow Stories, ricreando per esse nuovo spessore e dignita’. Avrebbe forse avuto meno difficoltà ad immaginarsi nuovi personaggi, ma a Veitch piace navigare in quei meccanismi e in quelle regole tanto care agli amanti del fumetto supereroistico statunitense, come la famosa continuity. Anche se, a differenza di tanti altri, queste regole egli le usa e le piega alle sue intenzioni senza rimanerne, inutilmente e stupidamente, schiavo.

Greyshirt: Indigo Sunset - immagine2-1706Composte da brevi capitoli, queste storie vedono, tra l’altro, l’apporto di altri ottimi artisti della matita e del pennello. Tra tutti questi, per il sottoscritto, il nome di David Lloyd (che con Moore è stato l’autore di V for Vendetta) è quello che più risalta per la sua incredibile capacità di comporre le tavole con quei suoi pieni scuri che riescono ad infondere d’angosciante disperazione l’atmosfera del racconto.

In conclusione, a differenza di suoi altri lavori precedentemente citati, e al di là di tutte queste considerazioni, mi sembra che questo Greyshirt: Indigo Sunset sia la produzione meno eccentrica della carriera di Veitch. Forse solo in apparenza, pero’, in quanto la raffinatezza tecnica nell’ allestire, come in una pie’ce teatrale, una grande rappresentazione fatta di piccoli atti non è alla portata di molti altri autori.
La mia impressione è che questo grande artigiano dei comics americani, quanto più si è “sporcato le mani” con la narrativa popolare, tanto più è stato sottovalutato dalla critica e dai lettori. Il che mi riallaccia (come quando nel gioco dell’oca si capita sulla casella “torna alla partenza”) all’introduzione di Alan Moore per dire che, anche per me, è un genio.

Rick Veitch & vari
2004
120 pagg. b. col. – 9,50euro

Bibliografia essenziale italiana di Rick Veitch:

Heartburst , graphic novel Labor comics 1986/ Bhang # 11, Max Bunker Press 1991
The One, 6 inserti allegati a Cyborg #2-6 e 8, Telemaco 1992/93
Bratpack, collana Europa # 5-7, Phoenix 1994
The Maximortal, Phoenix 1997
Sogni indemoniati/Rare Bit Fiends, Phoenix 1997
Teknophage, Phoenix 1997/98

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