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Evangelion: invito all’opera

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Finalmente, dopo quasi 20 anni, è terminata la serie a fumetti di . È l’ennesimo anello di una produzione che allinea una serie televisiva (1995-1996), due lungometraggi a ridosso della serie (Death e The End of : 1998-1999) e una successiva quadrilogia (Rebuild: 2008 – 201?), ancora in attesa del capitolo finale.

Intorno a queste opere, un fiorire di parodie e versioni alternative, giochi e merchandising vario, secondo il modello di business standard di simili produzioni. Non poco materiale, ma, da un punto di vista strettamente quantitativo, molti titoli classici o di successo ne hanno prodotto ben di più.

Evangelion: il canone

Per gustare pienamente l’opera, l’ordine di esplorazione da osservare è il seguente:
1. La serie televisiva Neon Genesis Evangelion (NGE);
2. The End of Evangelion (EoE), che offre un finale alla serie televisiva. Death può essere considerato opzionale;
3. il manga, che, rispetto a serie televisiva e EoE, concede maggiori dettagli su alcuni eventi e personaggi. Un episodio “fuori serie”, proposto come contenuto speciale, offre inoltre un aggancio al Rebuild;
4. Rebuild of Evangelion, che si propone come una sorta di espansione narrativa (reboot?, loop?), con nuovi personaggi e intrecci.
Motore e mente delle opere di animazione è il regista Hideaki Anno. Il manga è firmato da Yushiyuki Sadamoto, character design della serie e dei primi due film, e, in successione, dagli studi Gainax prima e Khara poi. Essendo lo Studio Khara fondato dallo stesso Anno, è ragionevole pensare che l’opera di Sadamoto sia, in un certo senso, validata dal regista. Peraltro, almeno negli ultimi numeri, a Sadamoto sono accreditati solo i disegni. Nondimeno la serie disegnata è una derivazione di quella animata ed è opportuno leggerla dopo la visione di NGE e di The End of, in modo da gustare pienamente le sfumature di ciascuna opera.
Poiché tutte le caratteristiche di Evangelion sono presenti nella serie, nel seguito ci concentreremo su di essa.

Evangelion: invito all'opera - Character_Cast_NGE

Ambientazione e vicenda, ovvero che cosa sapevamo quando NGE arrivò

Evangelion: invito all'opera - nge_tavolaAnno 2015: la Terra è reduce da un cataclisma che ha spazzato via due terzi della popolazione, reso inabitabile una vasta area del pianeta e modificato lo stesso asse di rotazione, con conseguenze irreversibili sul clima.
Esseri mostruosi, chiamati “Angeli”, attaccano Neo-Tokio 3, sede, fra le altre cose, dell’organizzazione NERV, che sviluppa degli enormi robot (chiamati “Evangelion”) che hanno il compito di contrastare gli Angeli. Alla loro guida, degli adolescenti di 14 anni, detti “Children”. Il terzo di essi (Shinji Ikari, “Third Children”) è il figlio del direttore della Nerv.
Che cosa mai può esserci di così importante o particolare in una serie che nasce da simili presupposti? Ogni termine richiama esempi su esempi, dal capostipite Tetsujin 28 (1963), al mondo di Go Nagai, passando per le creazioni di Yoshiyuki Tomino: adolescenti che affrontano sfide, robot che combattono e strani esseri con una bizzarra avversione per il territorio giapponese.
Da aggiungere: i robottoni “buoni” sono alimentati tramite un cavo (un cavo, sì, come le automobiline filoguidate degli anni 1970), senza il quale hanno 5 minuti (sì: 300 secondi) di autonomia, dopo i quali si fermano e diventano grossi punching-ball per gli avversari. E poi, il fatto che si ostinino a chiamare i piloti “Children” e non “Child”: questi giapponesi, impareranno mai l’inglese?
Insomma sembrano proprio gli ingredienti per una parodia.
Di fatto, sono una selezione di luoghi ricorrenti della narrazione nipponica animata seriale. Questo, tuttavia, non ne inficia la godibilità a spettatori estranei a quella tradizione, poiché quegli elementi hanno valore narrativo in sé e non sono usati (meglio: non si esauriscono) come riferimenti: in altre parole, la storia contiene tutto quello che serve per orientarsi in essa.

La tesi degli angeli crudeli“, ovvero: quello che scoprimmo

Evangelion: invito all'opera - evangelion_138538I primi episodi di Neon Genesis Evangelion (Annuncio di una Nuova Genesi) rappresentano lo stato dell’arte dell’animazione seriale nipponica degli anni 1990; tuttavia, lo scarso successo portò a una restrizione progressiva del budget, che vincolò sempre più pesantemente le scelte di produzione. Col proseguire della serie, aumentò il ricorso a materiale già utilizzato o prodotto in precedenza e diminuì l’uso di scene spettacolari. L’origine economica è un punto sterile dal punto di vista critico (è un vincolo materiale, l’analisi indaga le risposte degli autori a simili vincoli), ma il dato di fatto è che, diminuendo la spettacolarizzazione, aumentò il pathos del racconto: se la prima metà della serie procede con un ritmo a volte incerto e qualche battuta d’arresto, dall’episodio 14, Seele: il trono dell’anima/Weaving a Story, il racconto procede come in caduta libera, trasmettendo un senso di ineluttabilità che nemmeno la frenesia degli eventi riesce a mettere in secondo piano. E gli eventi sono veramente frenetici: gli ultimi 5 episodi coprono pochi giorni; gli ultimi due una manciata di istanti.

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L’amore delle persone genera storie“, ovvero: Evangelion, del di loro caso

Da dove nasce questa progressione narrativa?
NGE si sviluppa lungo due binari di progressiva scoperta e parziale disvelamento: da una parte, una serie di misteri e punti oscuri dell’ambientazione; dall’altra i personaggi, con le loro storie, relazioni e cambiamenti e, come vero tessuto connettivo, l’uso delle parole e dei simboli, con funzioni di fascinazione che rimandano direttamente alla tecnica usata da Philip K. Dick in molte sue opere (dal superficiale: l’uso di termini in tedesco, al suggestivo: l’uso di riferimenti religiosi e filosofici come potenziali chiavi di interpretazione). È il collegamento sempre più stretto fra queste due linee a muovere il racconto: le scoperte sono sempre parziali e aprono nuovi interrogativi, e mettono spesso in dubbio qualcosa che si era dato per acquisito. Punto importante: ogni scoperta su un livello apre spiragli sull’altro, per cui ci ritroviamo con una vera e propria risonanza fra i due piani e un continuo cambio di focalizzazione: dall’intreccio/ambientazione ai personaggi. In questo senso (considerazione da intendersi in senso grossolano), il punto di fuga della serie è costituito dai personaggi, quello di The End of dall’intreccio.
Infine, il meccanismo di aggancio dello spettatore è basato sul non spiegare esplicitamente tutti i dettagli e le relazioni fra eventi e personaggi. Vengono forniti gli indizi, ma il compito di ricostruire molte sottotrame è demandato allo spettatore e, a livello di racconto, abbiamo relativamente pochi “spiegoni”. In altre parole, Evangelion è non tanto gratificante quanto sfidante, fonte di spunti di riflessione e in grado di sopportare (se non promuovere) visioni ripetute, che consentono, esaurita l’ansia da “come andrà a finire?”, di concentrarsi su specifici eventi/relazioni.
Evangelion è cioè costruito per essere una macchina per generare interpretazioni e lo spettatore/lettore è chiamato a metterla in moto.
Questo il punto fondamentale del patto che NGE chiede di sottoscrivere.

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La bestia che gridò amore nel cuore del mondo / Take care of yourself“, ovvero: ultimi avvertimenti

Su NGE si è scritto molto: concedetevi il piacere di ignorarlo, fino a visione ultimata, quando vi sarete fatti la vostra idea delle cose.
Concedete alla serie alcuni episodi, prima di decidere se effettivamente fa per voi; ad esempio, l’episodio 7, Un’opera dell’uomo, resta tuttora una dei misteri profondi della serie: che senso ha avuto realizzarlo? – qualunque impressione vi faccia, date fiducia.
Non è detto che sia divertente, ma vale la pena di provare.

 

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