Interviste

Ragdolls Parade: Bambi Kramer e la liberazione dell’immagine

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Bilbolbul 2014 ha offerto negli spazi del suo Off visioni trasversali di tutto rispetto pensate per una visione lenta, a doppio ritorno. Prima e dopo il fluire di eventi del Festival.Ragdolls Parade: Bambi Kramer e la liberazione dell’immagine - Covers-e1420536042338
Tra queste l’ultimo libro di Bambi Kramer presentato in un allestimento che ne svela i tagli mecchanici e le trame nascoste, riportando il lavoro processuale del libro nelle mani degli spettatori.

Il progetto si muove da lungo tempo nelle elaborazioni di Bambi Kramer a partire da una performance che presenta al Carnevale delle Arti di Barranquilla cui fa seguito uno dei suoi rotoli più stranianti: un vulcano, una strana isola di bambole è il regime di senso di un condor/medico della peste che tiene le redini del controllo assistito da cani e scimmiotti e tutti i consueti più o meno teneri mutanti dell’universo krameriano.
Tutte le volte che si chiude un passaggio dei molti strati di lavoro su cui Bambi si muove, la conclusione è una premeditata distruzione: il rotolo di disegni originali (circa sei metri in questo caso) viene fatto a pezzi e spartito tra i collezionisti, secondo una logica situazionista in cui l’opera d’arte è frutto di più separazioni e nuove organizzazioni delle immagini nello spazio della riquadratura. Il mercato dell’arte entra violentemente nell’opera tagliando quotando trasformando la merda in oro. O l’oro in merda.

Ma per fortuna la risorsa della riproducibilità rianima sempre il lavoro, come già nel suo precedente libro “Trude Rabbit”, è sempre possibile ripartire a tessere la trama a smontare e rimontare a partire dalla sua forma evanescente e digitale. Questa volta la rilettura porta a “Ragdolls Parade”, un cofanetto in edizione limitata ancora della stamperia clandestina Fortepressa, con una narrazione che è una metafora dello spazio del potere e delle forme di autorappresentazione delle classi. Specchio di una lotta di classe sfilacciata e antica, danzato al tempo di antichi spartiti di Ragtime. Prima del jazz era appunto il Ragtime, musica stracciata e stracciona, da bordello, che trasforma i ritmi sincopati delle cerimonie funebri afroamericane. Una musica composta e interpretata esprimendo e ritmando il contratto illegale delle orge della borghesia a spese dei corpi del proletariato. Ecco il Ragtime è la trascrizione perfetta in suono del lavoro che questo libro fa con le immagini o meglio proprio con la stessa nozione di immagine.
C’è una classe di bambole strappate in parata che in questo allestimento rimette nuovamente in moto il processo: i pezzi sono esposti per una libera ricomposizione assieme a tutto il marasma di tracce del percorso, segni disegni e lastre sovrastampate, per creare nuovi quadri e nuove opere d’arte che contribuiscano nello stesso tempo a “liberare lo spettatore e l’immagine stessa” come diceva Deleuze.

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Quando parlava di coupure, di taglio come modo per definire un continuo, Deleuze faceva riferimento al matematico Dedekind e all’idea che essenzialmente tagliare è dividere in due classi, una superiore ed una inferiore, di volta in volta diverse come senso e posizione.
Ora, diceva nelle sue lezioni, questo taglio può essere razionale, connesso con il senso della classe che crea e del frammento di continuo che evidenzia, determinando un inizio o una fine.
O può essere irrazionale, fuori da tutte e due le classi create, lasciando in sospeso criticamente la sequenza. Creando uno ‘scatenamento’, una sconnessione nel procedere cui sia possibile attribuire senso, determina un attraversamento e di nuovo torna a definire un continuo.

Cosa che succede anche in questa narrazione della Parade che fluisce: tutti i tagli del flusso del rotolo che Bambi Kramer produce ora diventano microtagli e generano pupazzi di stracci (ragdolls letteralmente) che vengono scomposti dal regno, dal sistema di controllo che regge il segno e la narrazione, e a loro volta irrazionalmente dividono il re che è destrutturato in pezzi, ma con tutto il potere di recupero del capitale torna dopo il falso the end, in boa di piume, a salutare il pubblico. È questo il segreto ‘politico‘ del progetto, del racconto, nascosto in un ritmo sincopato e gracchiante.

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Intervista a Bambi Kramer

“Una persona è sempre un taglio [coupure] di flusso. Una persona è sempre un punto di partenza per una produzione di flusso, un punto d’arrivo per una ricezione di flusso, di un flusso di qualsiasi genere; o meglio un’intersezione di flussi molteplici. “ … flusso uguale rotolo? Dimmi Bambi come la vedi tu?
BK:
Una persona è prima di tutto un intreccio, una tela o, meglio per me, un rotolo che fluisce e su cui si imprimono – codificati, interpretati, vissuti – gli eventi. Il più delle volte vorremmo essere noi la fonte di luce che genera l’impressione, altre volte sono gli avvenimenti a lasciare traccia su questa pellicola ininterrotta dove non esiste gomma né matita.
In questa continuità il taglio è sempre un inizio, un momento in cui il flusso continua, ma la mente si ferma e da ogni osservazione dà vita a qualcosa di nuovo.

Ragdolls Parade: Bambi Kramer e la liberazione dell’immagine - monkey_book-e1420536066702Taglio come senso del tempo, del ritmo anche?
BK:
Un flusso di sensazioni, pensieri e stati d’animo che si inseguono sotto forma di immagini lungo metri di carta: è la melodia base di tutto il mio lavoro, ma a scandire il tempo è sempre la distruzione creatrice che il taglio impone. Così se con Trude Rabbit avevamo frasi musicali distese, che molto lasciavano intravedere della forma originale e originaria, Ragdolls Parade ha il ritmo sincopato del collage, di una forma d’arte che tutto deve distruggere per poter creare, masticando immagini affinchè il corpo possa poi scegliere liberamente cosa trattenere, cosa restituire all’esterno e in che forma.
Occhi, braccia, lingue, piedi… tutto può essere oggetto di scambio, tutto può essere reificato e manipolato per ridefinire un’immagine di esistenza. Così la ragdoll da cumulo inanimato di stracci si trasforma in feticcio, simulacro di una vita possibile se a muoverla è la capacità (economica) di acquistare quanti più pezzi di ricambio da combinare e scambiare.
Il sistema capitalistico, ornato di piume di condor, batte il tempo scomposto del rag.

Una cosa che vorrei capire è che rapporto c’è nel tuo lavoro con la struttura della narrazione per immagini, nel tuo lavoro la closure diventa coupure, lo spazio bianco tra le immagini va cercato nella pagina, nel tempo anche, tu stai facendo sulla sequenza sul fumetto il lavoro che Cage faceva sulla musica…
BK:
E’ curioso parlare di fumetto in termini di struttura – closure, sequenza, spazio bianco – dal mio punto di vista di non-autrice di fumetti, anche se nel corso del tempo ho sperimentato diverse forme di linguaggio visivo, dal montaggio video al tentativo – appunto – di realizzare fumetti che si sviluppassero secondo il classico alternarsi di pieni e di vuoti. Allora pensavo e lavoravo cercando di immaginare un a priori, una struttura mentale che mi desse modo di sapere prima di disegnare cosa andasse mostrato e cosa lasciato solo intendere, o intuire dietro quel sottile velo bianco steso tra le immagini.
Ed era lì che tutto si fermava. Scegliere cosa rendere visibile, equivaleva per me a sapere a che ritmo danzare prima di aver ascoltato la musica, e una forma di censura preventiva interrompeva il fluire della mente e della mano, inceppando l’intero meccanismo.
Ora penso e so che è possibile scandire la fluidità, incidendola e lasciando che da queste ferite fluisca altra vita, il cui corpo, senso e ritmo sono inscindibili. Il taglio è il mio spazio bianco che si apre e ricrea ininterrottamente.

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Si ma questa storia che non ha parole che si può suonare e danzare ma non cantare ad un certo punto due parole le ha e dice the end. Che succede, davvero finisce in qualche modo la storia?
BK:
La fine della storia è per me un’immagine del contemporaneo. Il re nudo è a sua volta una gigantesca ragdoll, scenografia montata ad arte su una struttura vecchia e vacillante, un patetico e non più onnipotente Oz sta facendo capolino da dietro la tenda.
E perde i pezzi.
Ciò che a me sembra amaramente ironico è che giunti fin qui, di questa libertà le bambole non sanno più bene che farne, e se riescono a portar via al Dottore becco e cappello non è per bruciarli su una pira catartica, ma per scioccamente adornarsene, scimmiottando un potere che ha il gusto ferroso delle catene.

 

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