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“In inverno le mie mani sapevano di mandarino”: quando la perdita diventa un nuovo approdo

Abbiamo tutti bisogno di ricordare, perché

la memoria è la terra  in cui il futuro pone le sue radici.

"In inverno le mie mani sapevano di mandarino": quando la perdita diventa un nuovo approdo - In-inverno-le-mie-mani-sapevano-di-mandarinoNanì, il protagonista della nuova fatica di per i tipi di , lo sa bene. Ma lo dimentica, lo combatte. Forse lo affronta.
Si nasconde nei meandri della propria (non)memoria e tra gli splendidi acquerelli di Gerasi; si accompagna a pillole per combattere il ricordo e vive della compagnia dei suoi mostriciattoli immaginari. È chiuso volontariamente in una sua gabbia. A tratti sembra quasi chiedere al lettore aiuto, conforto. Anche accettazione.
Nanì ha una cerniera sulla sua testa dalla nascita che, se chiusa, gli impedisce di ricordare, ma al contempo aiuta a metabolizzare i ricordi che egli si porta dentro. È alla sua apertura che i ricordi presenti all’interno vengono elaborati e liberati nel mondo circostante, lasciandolo inerme a terra; come se il ricordo non fosse che una proiezione di sé nel mondo.

E’ strano, infatti ricordo sempre il mio nome. So dove sono nato e come tutti ho qualche ricordo sfocato della prima infanzia. So cosa ho mangiato lunedì scorso ma non ricordo che fine ha fatto la mia famiglia. A parte la nonna certo.

La nonna, che a sua volta ha problemi di memoria, è la figura destabilizzante dell’albo – è infatti per donare una nuova memoria a lei che Nanì decide di intraprendere il viaggio più surreale della sua vita. E di lasciare aperta la sua cerniera.
Nonostante sia continuamente sospeso tra l’immaginazione e la realtà il viaggio rappresenta il veicolo principale per raccontare la crescita – o meglio, la presa di coscienza – del personaggio. A renderlo atipico è il perdersi di Nanì in tragitti poco consueti, per lunghi tratti inaccessibili.

"In inverno le mie mani sapevano di mandarino": quando la perdita diventa un nuovo approdo - In-inverno-le-mie-mani-sapevano-di-mandarino-1

I testi di Gerasi sono delicati, poetici – senza essere patetici – intrisi di ironia. Risultano schietti e molto comunicativi, benché a volte un po’ troppo densi. I temi affrontati nel fumetto sono molteplici, tutti egualmente importanti: la memoria, la crescita, l’accettazione del diverso, la solitudine, i sensi di colpa. Tanti, forse troppi nell’economia del fumetto, che a volte sembra un po’ troppo veloce e, per il suo scorrere veloce, non permette di approfondire a pieno alcuni spunti che pure il fumetto suscita.

L’approccio al racconto di Gerasi, che forse soffre un po’ troppo il suo essere impulsivo non gestendo al meglio i ritmi narrativi, è intelligente e propone paradossi estremamente interessanti, non da ultimo il barattolo vuoto pieno di memoria o la stessa cerniera che esclude dal mondo esterno, che permettono di superare brillantemente i vari topoi canonici (e scontati), che pure sono alle volte presenti.
È un libro difficile alla lettura, se si vogliono cogliere a pieno tutti i riferimenti che contiene: dalla Milano narrata, vero sfondo della vicenda, al disagio della malattia, all’esigenza dei ricordi. Alle volte è lo stesso lettore a subire lo straniamento della perdita della memoria, dell’approdo all’ignoto, reso per mezzo di personaggi bizzarri, viaggi circolari e un’atmosfera perennemente sospesa tra sogno e realtà.

"In inverno le mie mani sapevano di mandarino": quando la perdita diventa un nuovo approdo - mand3

I disegni acquerellati fanno perdere il lettore nei dettagli nebulosi dello sfondo e creano immediata empatia con i personaggi, rappresentati in maniera grottesca e caricaturale, quasi non dovessero essere presi sul serio. Anche qui alcuni layout interessanti – quasi allusivi ad una metanarrazione – scuotono e coinvolgono il lettore, facendolo sentire spettatore privilegiato della vicenda .
In realtà la storia di Nanì è molto seria e a tratti fa male; espone tutti i limiti dell’essere diversi, speciali, sensibili, dell’aggravarsi della malattia che coi ricordi cancella un po’ alla volta noi stessi oltre che gli altri. È una riflessione sull’esigenza del ricordo e su come questo operi in maniera sinestetica su ciascuno di noi – chi attraverso i mandarini appunto, chi con le camille con il sapore delle madeleine di proustiana memoria.
Il ricordo personale, spesso derivante anche dal ricordo collettivo – forse per questo la scelta della figura della nonna quale simbolo dell’affettività ma è incarnazione stessa dell’idea platonica della “memoria” – è un diritto inalienabile di ogni individuo che supera il tempo e le difficoltà, ma talvolta fa desiderare l’oblio della dimenticanza.

Nonostante dei piccoli difetti, “In inverno le mie mani sapevano di mandarino” è un racconto toccante, non conciliante, che riflette sulla potenza dei ricordi, sulla loro necessità per affermare il singolo e la collettività. Ma è anche un racconto molto personale dell’autore, che celandosi dietro le nuvole scure e opache di Milano, scrive qualcosa da non dimenticare.

Abbiamo parlato di:
In inverno le mie mani sapevano di mandarino

, Le città viste dall’alto – Ottobre 2014
128 pagine, brossurato con alette, bianco e nero e colore – 15,00 €
ISBN: 9788865432617

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