Interviste

Spazio profondo: intervista a Nicola Mari e Lorenzo De Felici

è nato a Ferrara il 26 maggio 1967. Esordisce come disegnatore professionista nel 1987 per la Edifumetto e, in seguito, collabora per Acme finché nel 1989, dopo aver inviato delle tavole di prova alla , viene inserito nello staff di Nathan Never. Nel 1996 inizia a disegnare . I suoi ultimi lavori per la casa editrice di via Buonarroti sono il ventitreesimo numero de Le Storie, Il principe di Persia su testi di Paola Barbato e Dylan Dog #337 Spazio Profondo su testi di Roberto Recchioni e colori di .

nasce a Frascati il 12 febbraio 1983. Dopo aver frequentato la Scuola Romana di Fumetto, esordisce come colorista per con Caravan sui disegni di Emiliano Mammucari. In seguito, disegna e colora Drakka su testi di Frederic Brémaud (edito in Italia da Renoir); ha lavorato come colorista per Disney, Marvel, Sergio Bonelli Editore (alcuni albi di Orfani, le copertine di Lukas). I suoi ultimi lavori sono: Le geniali invenzioni del Professor Caspita! (una raccolta di sue strisce umoristiche) e la colorazione di Dylan Dog #337 Spazio Profondo, sui disegni di .

#337 – Spazio Profondo è il primo albo di rilancio della testata, sceneggiato dal curatore Roberto Recchioni, disegnato da Nicola Mari e colorato da Lorenzo De Felici. La storia ambientata su di una navicella spaziale in un lontano futuro è una sorta di proemio ai cambiamenti che ci aspettano sulla serie già dal numero 338.

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Nicola, all’incontro su Dylan Dog svoltosi a Cremona il 17 settembre (di cui abbiamo parlato QUI) è stato accennato che ti sei approcciato al disegno del numero 337 in maniera particolare, usando dei retini. Ci puoi parlare delle fasi di realizzazione di questo numero e della tecnica da te utilizzata?
La tecnica che ho utilizzato per Spazio Profondo è la stessa che adotto da moltissimi anni, sostanzialmente, pennarelli e pennini. I retini in colorazione sono un’idea formidabile di Roberto Recchioni che Lorenzo De Felici è stato in grado di cogliere nella sua “sfumatura pop”, senza tralasciare la quota di ombra che lo spazio profondo esige.

Ovviamente sapevi che i tuoi disegni e le tue chine sarebbero stati colorati. Questa scelta come ha influenzato il tuo disegno?
Spazio Profondo è l’incontro di tre disegnatori.
Roberto, coniugando le sue doti di scrittore e illustratore, ha disegnato il contesto mentale in cui Lorenzo e io abbiamo potuto spaziare ed agire, liberando al meglio le nostre potenzialità.
Lorenzo, attraverso i suoi splendidi colori ha, in un qualche modo ridisegnato le mie tavole, confermando in tal modo anche il suo talento d’illustratore.
I miei disegni, dunque, non sono stati concepiti per essere colorati ma per armonizzarsi con i “disegni cromatici” di Lorenzo e i “disegni mentali” di Roberto.
Le immagini di Spazio Profondo sono espressione di un evento corale, una polifonia di sensibilità che hanno saputo convergere in un unico punto di forza.Spazio profondo: intervista a Nicola Mari e Lorenzo De Felici - 337-3

È stato spiazzante disegnare una storia fantascientifica con protagonista Dylan Dog? Come ti sei trovato?
Come spiegavo, Spazio Profondo rappresenta il contesto ideale in cui sono presenti alcuni dei pilastri a fondamento del mio immaginario come “2001 Odissea nello spazio”, “ALIEN”, “Solaris”, e molto altro ancora. All’interno di tale -mi si passi l’espressione- “poetica citazionista” ho ritrovato il Dylan delle origini in grado di entrare in relazione con l’immaginario collettivo per trasfigurarlo in un altrove enigmatico, in cui consiste lo specifico dell’universo di Dylan.

Come è stato vedere il proprio lavoro terminato da LorenzoDe Felici?
Un modo di scoprire aspetti del mio disegno attraverso la prospettiva di un altro disegnatore, in questa occasione, in veste di formidabile colorista.

Spazio profondo: intervista a Nicola Mari e Lorenzo De Felici - 337-2Lorenzo, come ti sei trovato a colorare le tavole di Nicola Mari, autore molto apprezzato per il suo modo di inchiostrare in b/n?
Inizialmente devo dire che provavo un po’ di soggezione. Adoro Mari e mi pareva un sacrilegio mettere mano alle sue tavole. Era come dover aggiungere una gamba a un campione centometrista: correrà più veloce o lo farò inciampare? Dopo aver rotto il giacchio sulle prime tavole però ho veramente cominciato a divertirmi. Lavorare con artisti di questo calibro è il sogno di ogni colorista.

Quali indicazioni sul colore avevi ricevuto? E come è proceduto il lavoro?
All’inizio mi sono sentito con Roberto, che aveva in mente la direzione in cui procedere. Mi disse fondamentalmente “sii elegante, ma cerca lo “WOW!”. Io che inizialmente avevo pensato di limitare molto il mio intervento lasciando colori abbastanza piatti, mi sono trovato così a ricercare soluzioni d’impatto che a volte “invadono” il disegno. Dopo una ventina di tavole mi sono sentito con Nicola Mari che si è detto entusiasta del lavoro e ha sciolto ogni esitazione.

A un incontro sul rilancio di Dylan Dog a Cremona, Nicola Mari ha spiegato che il ruolo di disegnatore e colorista in Spazio Profondo si sono compenetrati in modo da far sentire lui, in un certo senso anche colorista. Mi dici la tua?
Il lavoro del colorista a volte è il lavoro di un dottore, che deve sviluppare un sano distacco dal paziente; a volte è quello di un amico, che deve entrare in completa empatia col disegno. Con Mari non potevo che optare per questa seconda strada. Una volta allineato il ritmo del passo con i segni e i gesti di Nicola, la colorazione è diventata per me una logica conseguenza del disegno. Il fatto che anche Nicola abbia avvertito questa sintonia è per me una soddisfazione indescrivibile.

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Come per Orfani, anche questo albo è prodotto con la carta porosa utilizzata dalla casa editrice per i prodotti in bianco e nero. Puoi spiegarci come hai ovviato al problema?
L’esperienza su Orfani mi ha decisamente aiutato. Anche grazie all’attenta consulenza di Annalisa Leoni, che è diventata davvero una specialista in materia, ho limitato il range di colori evitando quelli che la carta penalizza maggiormente. E’ sempre un processo un poco strano e astratto perché ti ritrovi sullo schermo delle cose che non sono esattamente come vorresti, ma che sai -o quantomeno speri ardentemente- verranno bene in stampa.

La Sergio Bonelli Editore si sta aprendo anche al colore, proponendolo  più frequentemente in speciali, numeri annuali Color e intere testate. Come sei coinvolto in questo rinnovo? Ti vedremo sempre più spesso nelle testate Bonelli?
Al momento, oltre a continuare a colorare le copertine di Lukas, sono al lavoro su un episodio del Color Fest che coloro e disegno da solo e mi sto occupando con Gigi Cavenago ed Emiliano Mammucari del character design della terza stagione di Orfani. Per il resto, nel futuro prossimo accantonerò per un po’ le mie vesti di colorista e da Gennaio ricomincerò a disegnare per la Francia su alcuni progetti tra cui anche uno scritto da me e Giovanni Masi. Spero nel frattempo di continuare a lavorare con la Sergio Bonelli Editore, anche perché negli ultimi anni, e la “scoperta” del colore ne è solo uno dei sintomi, vi si respira dentro un’aria elettrica e galvanizzante. Per qualche tempo, però, il mio apporto in SBE sarà limitato da questi impegni.

Il fatto di essere anche un ottimo disegnatore ti aiuta ad approcciarti meglio alla colorazione?
Sì, ma a livello molto superficiale. Molti considerano prerequisito di un buon colorista essere un bravo disegnatore. Sebbene questo faciliti alcune cose, secondo me non è un elemento fondamentale: contano di più il gusto e l’approccio al lavoro. Per essere un bravo colorista bisogna in primis educare il proprio gusto (che è incredibilmente indipendente dal gusto in materia di disegno in b/n), evitando di mangiare sempre dallo stesso piatto, e conoscere a fondo i propri mezzi, studiando molta teoria. Infine bisogna aver ben chiaro il concetto di equilibrio e sapersi umilmente adattare. Il resto è un surplus.

 Intervista realizzata via mail il 13/10/2014

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