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Il rilancio di Dylan Dog: intervista a Nicola Mari

Dylan Mari

Il rilancio di Dylan Dog: intervista a Nicola Mari - Schermata-09-2456927-alle-09.56.50 è nato a Ferrara il 26 maggio 1967. Esordisce come disegnatore professionista nel 1987, disegnando fumetti erotici per la Edifumetto. In seguito porta avanti il suo lavoro come fumettista con la casa editrice Acme, svolgendo al contempo l’attività di grafico pubblicitario. Nel 1989, dopo aver inviato delle tavole di prova alla , viene inserito nello staff di Nathan Never, di cui realizza varie storie, alcune delle quali legate al passato del personaggio. Nel 1996, passa ad occuparsi di , serie in cui emerge maggiormente il lato gotico del suo tratto.
Negli ultimi mesi, la Bao Publishing ha ristampato in volume una storia di da lui disegnata, una delle ultime sceneggiate da Tiziano Sclavi (Il sorriso dell’Oscura Signora, Dylan Dog #161). Mari si è occupato inoltre dei disegni del ventitreesimo numero de Le Storie, Il principe di Persia (su testi di Paola Barbato), ambientato nell’Inghilterra Vittoriana. Attualmente continua a lavorare su Dylan Dog: sarà lui a realizzare i disegni del primo albo della “fase due”, Spazio profondo (Dylan Dog #337, su testi di e colori di Lorenzo De Felici).

Il rilancio di Dylan Dog: intervista a Nicola Mari - Nathan-Never-Tarocchi1In passato sei stato spesso paragonato a un autore del calibro di Mike Mignola; che ruolo credi abbia avuto nel tuo percorso stilistico? E, più in generale, quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente segnato, sia durante la tua formazione che una volta divenuto professionista?
Come ogni autore rivoluzionario Mike Mignola è un classico, nel senso che la lettura del suo lavoro è inesauribile, in grado di mantenere una forte ragione d’essere al di là delle mode e degli attualismi che si succedono nel volgere del tempo. Il suo tratto e la sua visione sono la sintesi formidabile tra la grande lezione dei maestri del passato e uno sguardo potente e raffinatissimo, in grado di trasfigurare l’eredità elevandola in una prospettiva di futuro. Da Mike ho tentato di assumere soprattutto questo tipo di approccio che è innanzitutto mentale, prima ancora che formale.
Naturalmente il mio lavoro è debitore al contributo di moltissimi altri autori. I primi che mi vengono in mente in questo istante sono Moebius/Jean Giraud, Joe Kubert, Alex Toth, John Buscema, Magnus, Dino Battaglia, Angelo Stano, Juan Zaffino, Paul Gillon, Albert ed Enrique Breccia, Sergio Toppi, Aldo di Gennaro, Attilio Micheluzzi, Jordi Bernet, e potrei continuare. Della nuova generazione, ma già nell’olimpo dei classici, Werther Dell’Edera, Gigi Cavenago, Lorenzo Ceccotti, e anche in questo caso potrei proseguire.Il rilancio di Dylan Dog: intervista a Nicola Mari - Dylan-Mari-Spazio-Profondo-2-a-e1411658177313 Ma tengo a sottolineare che il fumetto, insieme al cinema, al rock’n’roll, alla letteratura e così via, è innanzitutto espressione di una complessità: la sommatoria di suggestioni, di rimandi e rinvii che armonizzandosi tra loro determinano quell’evento chiamato immaginario collettivo. In questo senso, il fumetto è un importante evento culturale.

Sicuramente, quella come disegnatore di Nathan Never è stata per te un’esperienza importante. Nel corso di pochi anni il tuo tratto si è evoluto dalla linea chiara e definita degli inizi a uno stile sempre più oscuro e gotico. Come è avvenuta tale evoluzione?
Il mio tratto è sempre stato oscuro. Senza l’ombra che contrasta con la luce non si distinguerebbe nemmeno il paesaggio. La mia evoluzione, per motivi a me ignoti, è l’evoluzione della parte in ombra. Nathan Never rappresenta l’inizio di questo percorso.

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Cover dell’edizione americana di Nathan Never targata Dark Horse, il cui primo numero ristampava la storia Vampyrus di Medda/Mari

Ultimamente alcune storie di Nathan Never hanno ripreso quel filone di fantascienza permeata di elementi horror che tu avevi rappresentato in albi come Vampyrus (Nathan Never #26). Che rapporto hai con la fantascienza e con le contaminazioni di genere?
La fantascienza è l’angoscia del futuro, della sua imprevedibilità; le angosce che, allontanate da noi, potremo ritrovare amplificate e concretizzate nel tempo a venire.
L’horror è la paura del passato, il ritorno del rimosso, il trauma, il ritorno dalla tomba. Il mio sguardo è volto al rapporto che esiste tra queste due vertigini dell’animo.

Ritornando all’evoluzione del tuo stile, nel 1996 passi nel team di disegnatori di Dylan Dog. Come è stato il passaggio di genere e di tematiche?
Considerando l’aderenza tra i generi, si è trattato di un passaggio praticamene “indolore”.

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Parlando di horror, a cosa ti ispiri per rendere la paura in un fumetto, passaggio reso oggettivamente più difficile dalla mancanza di colonna sonora e di altri elementi di suspense presenti invece nelle pellicole cinematografiche?
Come ho già spiegato in altre occasioni, armonia, accordo, ritmo e composizione, sono categorie che appartengono alla musica, ma anche al cinema, alla letteratura e così via, e naturalmente al fumetto. Esiste dunque una musicalità dei fumetti. Cambiano solo gli strumenti, che verranno intonati in base al tipo di storia e in base al personaggio, conferendo il giusto gradiente di atmosfera, tensione, suspense e così via. Esattamente come nel cinema.

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Cover originale di Dylan Dog #161 ad opera di Angelo Stano

Tra le storie dell’Indagatore dell’Incubo da te disegnate, sicuramente merita un posto di rilievo Il sorriso dell’Oscura Signora (Dylan Dog #161), recentemente ristampato in edizione deluxe dalla Bao. Una prima versione originariamente da te realizzata non ha mai visto la luce, in quanto la storia è stata rivista e ridisegnata prima di essere pubblicata. Potresti dirci in cosa differiva e come mai sono state poi effettuate delle modifiche?
La prima versione disegnata de Il sorriso dell’Oscura Signora appartiene ad un periodo che si potrebbe definire di “vertigine sperimentale”, durante il quale il mio modo di disegnare si allontanò radicalmente dagli “a priori” del fumetto. Dunque la necessità di recuperare un disegno consono alla grammatica del fumetto. Da questo punto di vista, anche la seconda versione appartiene ad una fase sperimentale, tuttora in divenire.

Per la copertina di questa nuova edizione Bao ti sei ispirato alla cover originale ad opera di Angelo Stano?
La suggestione della cover mi è venuta da Mauro Marcheselli. L’idea era di non stravolgere l’impianto originale anche per fedeltà allo spirito del volume, che non è quello di mettere semplicemente una veste diversa, ma di trovare la veste adatta agli altri volti contenuti nello stesso. Ogni ristampa non è mai semplice riproduzione – in quanto ripetere è impossibile -, ma la possibilità di far emergere aspetti che attendevano un tempo e un ambito propizio. La colorazione di Lorenzo De Felici (anche straordinario colorista di Spazio profondo), come appare evidente, s’inserisce in questo solco.

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Versione in b/n della cover realizzata da per l’edizione Bao de Il sorriso dell’Oscura Signora

Quando hai sentito parlare per la prima volta del rilancio di Dylan Dog? Come sei stato coinvolto nella realizzazione del primo episodio della “fase due” (Spazio profondo, Dylan Dog #377 in uscita a fine settembre)?
Come ogni autore dello staff di Dylan, dal momento in cui l’operazione ha preso inizio. Roberto ed io abbiamo un rapporto di reciproca stima che da molto tempo cercava il giusto contesto in cui esprimersi. Spazio profondo è quel contesto.

Il rilancio di Dylan Dog: intervista a Nicola Mari - Dylan-Mari-Spazio-Profondo-1 vorrebbe rendere ogni nuovo numero di Dylan Dog un evento. Cosa implica questo per un disegnatore? L’impegno profuso nella realizzazione di un albo sarà differente?
Ogni opera della creatività, è un evento. La complessissima operazione di Roberto Recchioni consiste anche nel mettere in valore questo aspetto strutturale del fumetto, in quanto evento creativo. Evento, che per ogni autore rappresenta il campo d’azione ideale.

Come sarà il Dylan Dog del futuro?
Sarà il Dylan delle origini, in grado di aprire al dubbio e all’enigma, in cui tutto potrà accadere, tranne il possibile.

Riguardo l’ultimo numero de “Le Storie” da te disegnato (Il principe di Persia): hai usato sia il classico bianco e nero (per le tavole ambientate nel presente) che la mezzatinta (per la narrazione del passato del protagonista), hai potuto ideare graficamente i personaggi. Credi ci sia maggior libertà espressiva nel disegnare una delle “Storie”, in cui non c’è un protagonista né autori fissi?
In ogni dimensione creativa, la libertà implica un affrancamento dalla dimensione tecnica, una fuga; ma senza tecnica, non sarebbe possibile pianificare alcuna evasione, questo a prescindere dal personaggio fisso.

Da un punto di vista tecnico, che materiali usi per il tuo lavoro? E quanto tempo impieghi per terminare un albo?
Salvo qualche piccolo intervento, per il momento, utilizzo strumenti tradizionali. Per terminare un albo impiego tra i sei e i nove mesi.

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Ormai il fumetto e l’arte visiva non si fermano al disegno a mano: emerge sempre di più la realtà del disegno digitale (anche mediante la commistione di tecniche o la “revisione” dei disegni fatti a mano con l’uso del digitale). Qual è il tuo rapporto con il digitale?
Concettualmente, ottimo. Sul piano della prassi – come dicevo – prevalgono ancora gli strumenti classici; ma torno a dire, è solo una questione di tempo, di scavalcare l’abitudine.

Il fumetto è in crisi? E, in particolare, il fumetto Bonelli è in crisi? Come disegnatore avverti una responsabilità anche dal lato grafico artistico?
È inevitabile che anche il fumetto non possa non risentire dell’onda d’urto di una crisi, ormai di portata internazionale, che investe per intero l’economia, le risorse e la cultura. Tuttavia oggi si pubblicano più fumetti ed esiste una maggiore attenzione dei media. Segno che i fumetti resistono ancora bene. Anche la Bonelli pubblica più testate, addirittura una collana come Orfani interamente a colori e, come riporta Mauro Marcheselli nell’intervista del mensile “Mucchio Selvaggio” di questo mese, i numeri della casa editrice sono ancora più che soddisfacenti.
Certamente, il disegnatore ha una responsabilità che è propria dell’agire.

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Hai in progetto di disegnare altri personaggi, Bonelli o non, o magari anche solo il desiderio di dedicarti ad altre serie?
Il mio amore per Dylan è, come ogni vero amore, in grado di rinnovarsi continuamente. In questo senso non avverto l’esigenza di confrontarmi con altri personaggi. Piuttosto, a conferma di quanto sopra, mi piacerebbe poter disegnare almeno un episodio di Dylan sceneggiato da me. Tuttavia, prima di propormi anche in questa veste, dovrò valutare le mie potenzialità di sceneggiatore.

Chiudiamo con una domanda sul fumetto popolare e su quello autoriale: il fiorire di volumi di personaggi bonelliani in libreria può abbattere definitivamente tale distinzione o credi che abbia ancora un senso?
Credi che si arriverà mai a concepire l’arte sequenziale come un’arte non minore e con la sua dignità?
Ritengo che la dicotomia tra fumetto popolare e fumetto autoriale appartenga alla necessità di dover distinguere ogni cosa (persone comprese) in generi.
Ma uscendo dai generi, che generalizzano, e mantenendo invece la categoria della distinzione che procede per parametri rigorosi, ritengo che il fumetto (come il cinema, la musica, la letteratura e così via) sia autoriale in quanto ideato, creato e realizzato da autori; e popolare, in quanto ogni opera si rivolge alla comunità, senza distinzioni di generi.
Il fumetto è sempre un evento aziendale, corale, che nasce dall’incontro di mestieri, competenza, conoscenze e ruoli distinti, tutti imprescindibili.

Grazie Nicola e arrivederci!

Intervista condotta via mail nel mese di Settembre 2014.

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