Approfondimenti

Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo un estratto dal saggio Dall’11 settembre a Barack Obama – La storia contemporanea nei fumetti di Luigi Siviero (Nicola Pesce Editore, 2013).

All’indomani dell’11 settembre la Marvel affidò allo scrittore John Ney Rieber e al disegnatore la serie mensile dedicata a Capitan America affinché realizzassero un fumetto sugli attentati alle Torri Gemelle e sulle loro conseguenze. La storia, intitolata Enemy nell’edizione originale (1) e L’avversario nell’edizione italiana, fu pubblicata a puntate a partire da Captain America vol. 4 n. 1 del luglio 2002.

1. La rappresentazione degli attentati dell’11 settembre

Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-1-tavola-1Nella prima tavola di Captain America vol. 4 n. 1 gli attentati dell’11 settembre sono rappresentati per mezzo di una sineddoche. Gli autori evitano di narrare dei fatti che all’epoca ricevettero un’attenzione mediatica impressionante e si limitano ad evocare il tutto (i dirottamenti degli aerei, gli schianti contro le Torri Gemelle e il Pentagono, il crollo delle Torri) attraverso una piccola parte. La sequenza di cinque vignette si apre con l’ombra di un aereo proiettata sulle nuvole. È un aereo che sta per essere dirottato, come si intuisce osservando le altre quattro vignette che compongono la tavola e leggendo le didascalie (didascalia della prima vignetta: “Non importa dove pensavi di andare oggi”. Didascalia della quinta vignetta: “Ora sei parte di una bomba”). Nelle vignette dalla 2 alla 4, ambientate all’interno dell’aereo, c’è un allargamento di campo sul corridoio del mezzo di trasporto che ha il duplice scopo di fornire una coordinata spaziale e di focalizzare l’attenzione del lettore su due uomini che nella quarta vignetta si alzano dai loro sedili in modo sospetto. La tavola si chiude con un primo piano della mano di uno dei due uomini: ha in mano un taglierino che di lì a poco userà per impossessarsi dell’aereo.
Che il principio di dirottamento narrato da John Ney Rieber e sia proprio l’inizio degli attentati dell’11 settembre diventa chiaro nelle tavole successive. Prima viene mostrato Osama bin Laden che festeggia assieme ai suoi uomini la riuscita degli attentati e poi Steve Rogers che scava fra le macerie di Ground Zero.

2. La vendetta

L’uomo che nella Seconda Guerra Mondiale diventò Capitan America non indossa il costume bianco, rosso e blu. È in abiti civili e agli altri soccorritori appare come una persona qualunque perché la sua seconda vita di supereroe è segreta. Fra le macerie di Ground Zero arriva Nick Fury a proporgli di partecipare a una missione militare contro gli artefici degli attentati.

[Nick Fury]: «Ho pensato che ti avrei trovato qua.»
[Steve Rogers]: «Dove dovrei essere?»
[Nick Fury]: «A metà strada per Kandahar. Puoi cambiarti mentre siamo sull’aereo.»

Il direttore dello SHIELD ordina a Rogers di seguirlo perché ha bisogno di lui. Il supersoldato si infuria e gli risponde:

Hai bisogno di me? Guardati attorno… Loro hanno bisogno di me. Quelli che potrebbero avere ancora cinque minuti di ossigeno o di sangue prima di morire. Tu vai a fare l’eroe Fury. Io ho del lavoro da fare.

Steve Rogers rifiuta di combattere nella guerra del governo americano, e il suo primo pensiero non va a una vendetta travestita da giustizia ma alle vittime innocenti degli attentati: nella tavola successiva vede una bicicletta abband2onata e si ricorda che apparteneva a una bambina che aveva incrociato il giorno prima mentre faceva jogging.Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-1-tavola-3

Il tema della vendetta ritorna nella sequenza seguente. Steve Rogers incrocia un ragazzo che ha i tratti somatici di un afghano o di un pakistano. Notando che tre balordi ubriachi lo stanno seguendo, Rogers suggerisce al ragazzo di fare attenzione: “È abbastanza tardi. Forse non dovresti andare in giro da solo.
Il ragazzo, che non si è accorto di essere nel mirino dei tre malintenzionati, scambia le parole di Steve Rogers per delle accuse razziste: “So che ore sono. E so dove sono. Vivo qua. Il mio nome è Samir, non Osama. E mio padre è nato in questa via.
Poco dopo uno dei tre cerca di accoltellare Samir, urlando: “L’hai uccisa. Hai ucciso la mia Jenny. Pagherai per…
Steve Rogers, che nel frattempo ha indossato il costume di Capitan America, interviene e protegge Samir con lo scudo. Capitan America pensa:

Dobbiamo essere più forti di quanto siamo mai stati. O loro vinceranno. Possiamo dare loro la caccia. Possiamo pulire ogni macchia di sangue lasciata dal loro terrore sulla Terra. (…) Ma non importerebbe. Dobbiamo essere più forti di quanto siamo mai stati. Come popolo. Come nazione. Dobbiamo essere l’America. O loro avranno vinto.

Poi si rivolge all’accoltellatore: “Hai perduto qualcuno. Lo capisco. Tu vuoi giustizia. Questa non è giustizia. Noi siamo meglio di così. Risparmia la tua rabbia per il nemico.

Dopo che Samir e l’aggressore si sono riappacificati, Capitan America pensa: “Ce la faremo a oltrepassare tutto questo. Noi, il popolo. Uniti da una forza che nessun nemico della libertà può nemmeno iniziare a capire.

Alla base di questa caratterizzazione di Capitan America, e degli sviluppi che la serie avrà nei numeri successivi, potrebbe esserci il ciclo di Steve Englehart e Sal Buscema pubblicato dal luglio del 1974 al marzo del 1975 su Captain America vol. 1 n. 175-183 (2) . In quei fumetti, realizzati all’indomani del Watergate, Capitan America scoprì che un non meglio precisato uomo politico di Washington era il capo di un’organizzazione sovversiva denominata l’Impero Segreto. La sfiducia di Steve Rogers per le istituzioni lo portò a rinunciare all’identità di Capitan America e a diventare Nomad, cioè un uomo senza più patria. Successivamente Rogers decise di ritornare ad essere Capitan America: non come simbolo del governo americano ma come incarnazione degli ideali dell’America.
Il Capitan America di John Ney Rieber è un Capitan America del popolo ma non del governo. Non risponde alla chiamata alle armi perché il suo primo pensiero è per i feriti dell’11 settembre e spera che i cittadini mirino a una giustizia che non sia vendicativa.

3. La teoria del contraccolpo

Il nemico colpisce di nuovo, sette mesi dopo l’11 settembre, a Centerville, una piccola cittadina nel cuore degli Stati Uniti. Un commando di terroristi prende possesso della cittadina disseminandola di mine antiuomo lanciate da un aereo e trasformandola in un campo minato, e il capo del commando, un uomo di nome al-Tariq, prende in ostaggio metà della popolazione.
In un primo momento sembra chiara l’identità dei buoni e dei cattivi: Capitan America e i cittadini da una parte e i terroristi dall’altra. Sembra chiaro di essere in presenza di un assassino che vuole ammazzare degli innocenti.Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-1-tavola-7
Tuttavia il terzo numero di Captain America vol. 3 si apre con queste parole dette dal capo dei terroristi agli ostaggi: “Alcuni di voi stanno chiedendo al vostro Dio perché moriranno oggi. Alcuni di voi lo sanno. Quelli di voi che lavorano al complesso industriale che fabbrica le bombe. Alla periferia di questa città pacifica.
Molti abitanti di Centerville lavorano in una fabbrica che produce componenti per le mine antiuomo, quelle stesse mine usate dai terroristi per attaccare la cittadina.
al-Tariq invia quattro ragazzini a combattere contro Capitan America. Rogers, che non sa nulla della principale voce dell’economia di Centerville, dice ad al-Tariq: “Richiamali. Questa è l’America. Noi non facciamo guerra ai bambini.
Resosi conto di come stanno le cose – che i bambini mandati a combattere contro di lui hanno braccia e gambe amputate dalle esplosioni di mine costruite a Centerville – Capitan America si chiede: “Ci odiano solo perché siamo liberi. Liberi e prosperosi e buoni? O la luce che noi vediamo proietta ombre che non vediamo? Dove mostri come questo al-Tariq possono piantare i semi dell’odio?

John Ney Rieber mette in dubbio la retorica del presidente Bush e ipotizza che dietro al terrorismo potrebbero esserci altre cause. L’autore potrebbe essere stato influenzato dalla discussione sul “contraccolpo” (blowback) avvenuta all’indomani degli attentati dell’11 settembre.
Il termine contraccolpo fu coniato dalla CIA per indicare gli effetti indesiderati di una strategia politica. Il vocabolo diventò di moda il 12 settembre 2012, quando Chalmers Johnson, autore del saggio Blowback: The Costs and Consequences of American Empire pubblicato nel 2000, fu intervistato dalla stazione radiofonica Wbez-Fm:

Johnson si riferì agli eventi del giorno precedente come a un “fallimento catastrofico” e sorprendente dei servizi segreti degli Stati Uniti (…) soprattutto perché i servizi avevano mostrato scarso interesse per i fatti storici che avevano portato a quell’evento. (3)

In un’intervista rilasciata nel settembre 2001 alla rivista In These Times, Johnson affermò che gli attentati dell’11 settembre erano stati un caso di contraccolpo:

Ovviamente lo è. È esattamente per questo che è stato scritto il mio libro: era un avvertimento ai miei compagni americani, un anno fa, che la nostra politica estera avrebbe prodotto qualcosa del genere. È importante sottolineare, al contrario di quello che stanno dicendo quelli di Washington e i media, che questo non è stato un attacco agli Stati Uniti: questo è stato un attacco alla politica estera americana. (4)

Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-1-tavola-5-e1410363148693John Ney Rieber evoca non solo il contraccolpo specifico che potrebbe avere condotto all’11 settembre (cioè il rifornimento di armi e denaro da parte degli Stati Uniti a Osama bin Laden affinché creasse un esercito islamico che combattesse contro i Russi in Afghanistan negli anni Ottanta) ma anche le più generali colpe degli Stati Uniti, che hanno rovesciato governi, assassinato presidenti, sostenuto dittatori, fornito alle polizie degli Stati alleati liste di persone da assassinare, venduto armi, dichiarato guerre, occupato militarmente stati stranieri.
Lo scrittore sembra riferirsi implicitamente alla teoria del contraccolpo in un’intervista rilasciata al sito Lo Spazio Bianco:

C’erano soltanto alcune considerazioni politiche che volevo fare, in quel ciclo. Quella che sembra aver avuto più interpretazioni sbagliate – e riconosco di avere delle responsabilità, in quanto scrittore – era molto semplice: Durante la guerra fredda e anche dopo, elementi del nostro governo spesso hanno preso delle decisioni strategiche basandosi sull’idea che qualsiasi nemico di un nemico dell’America fosse nostro amico. Gran parte di questi gruppi o individui si rivelarono essere dei mostri.
Non credo che questa sia un’opinione personale; credo che la lista di questi individui o gruppi sia disponibile, per chiunque voglia leggerla.
La mia personale conclusione: non possiamo creare altri mostri. Per nessuna ragione. Dobbiamo semplicemente smetterla. I mujahidin a cui ieri abbiamo insegnato a costruire bombe da usare contro i nostri nemici, oggi possono insegnare ai guerrieri della Jihad a costruire bombe da usare contro di noi. (5)

4. L’inconsapevolezza delle colpe dell’impero

Dopo avere saputo da al-Tariq che a Centerville c’è una fabbrica di mine antiuomo, la moglie di un operaio chiede al marito: “Questo è il modo in cui dai da mangiare al nostro bambino? Con le bombe? Tu fai bombe?
Il marito risponde: “No! Componenti… Noi facciamo componenti. (6) Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-3-tavola-10-e1410362497385
La donna è sposata, dimostra più di trentacinque anni e ha un figlio che ha almeno tre anni, eppure non sa nulla del lavoro del marito e dell’esistenza di una fabbrica di bombe nella cittadina in cui vive.

Le sue domande ingenue mi hanno portato alla mente due aneddoti di Noam Chomsky su due epoche storiche diverse dal post-11 settembre. Intervistato da David Barsamian, Chomsky ha citato un sondaggio (7) secondo il quale la maggior parte degli Statunitensi crede che durante la guerra in Vietnam siano morti circa centomila Vietnamiti. In realtà si stima che nel Paese asiatico siano morti fra i due e i quattro milioni di civili.

Nel medesimo libro Chomsky ha parlato del bombardamento incendiario di Tokyo:

Nel marzo del 1945 c’era stato un raid aereo su Tokyo (…). Forse vennero bruciate vive centomila persone. Lei si ricorda qualche discussione su questo episodio? Di fatto, il cinquantesimo anniversario del bombardamento incendiario di Tokyo è passato senza che praticamente nessuno lo menzionasse. (8)

A proposito della mancanza di consapevolezza dei cittadini americani nelle questioni di politica estera, Chomsky ha affermato:

Se prova a chiedere (…) di fornirle un esempio di terrorismo statunitense, penseranno che lei arrivi da Marte. Non gli verrebbe in mente un simile tipo di terrorismo. Le risponderanno che una cosa simile non esiste. Gli Stati Uniti possono commettere errori, però sempre a fin di bene. Sono una forza benevola che, occasionalmente, commette qualche errore. (9)

5. Perché Capitan America svela al Mondo la sua identità segreta

A fondamento del ciclo di Capitan America scritto da John Ney Rieber c’era la speranza che gli attentati dell’11 settembre non dessero vita a una spirale di odio e vendetta ma risvegliassero le coscienze dei cittadini americani.

È questo il presupposto del dialogo fra moglie e marito riportato nel paragrafo 4. Se da un lato è vero che per molti anni la donna non ha badato agli orrori che venivano creati dietro casa sua, dall’altro lato la sua reazione è stata caratterizzata dallo sgomento e dall’indignazione. Al contempo sono crollate le bugie che l’uomo raccontava a se stesso per giustificarsi con la propria coscienza: mentre diceva alla moglie che la fabbrica non produceva bombe ma componenti, il sentimento che provava era di vergogna.

Anche Capitan America vede il Mondo con occhi nuovi dopo gli attentati dell’11 settembre. Giunto a Dresda pensa:

Dresda. Non avevi capito cosa avevamo fatto qua. Fino all’11 settembre. Prima di allora avresti detto che avevamo fatto quello che abbiamo dovuto fare. Sconfiggere Hitler e i Nazisti. Schiacciare l’Asse. E il loro male. Ma ora cosa vedi? Tredici e quattordici febbraio 1945. Queste persone non erano soldati. Ma morirono. (…) I vigili del fuoco combatterono con le fiamme per giorni prima che potessero iniziare la ricerca dei sopravvissuti. Non ci furono sopravvissuti. La storia ripete se stessa. Come una mitragliatrice. Un pazzo accende la prima scintilla e la gente ne paga il prezzo. (10)  

Dresda fu rasa al suolo dalle bombe incendiarie (11) sganciate dagli aerei della Royal Air Force britannica e della United States Army Air Force statunitense. Il bombardamento fu descritto così dal capitano inglese Basil Henry Liddell Hart:

Verso la metà di febbraio la lontana città di Dresda fu sottoposta, col deliberato intento di seminare la strage fra la popolazione civile e i profughi, a un micidiale attacco sferrato proprio contro i quartieri centrali, e non contro gli stabilimenti o le linee ferroviarie. (12)

Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-3-tavola-22Nel fumetto di John Ney Rieber e John Cassaday è fondamentale la decisione di Steve Rogers di rivelare al Mondo la sua identità segreta. Capitan America crede erroneamente di avere ucciso il capo dei terroristi durante la missione a Centerville. Preoccupato che altri terroristi addossino la colpa dell’omicidio agli interi Stati Uniti, che Steve Rogers rappresenta indossando un costume che ha i colori della bandiera americana, e tentino di vendicare al-Tariq colpendo di nuovo i civili, Capitan America si toglie la maschera in diretta televisiva.
Il gesto ha lo scopo di impedire che si inneschi una nuova spirale di odio, così come la fabbricazione di mine antiuomo aveva innescato la risposta di al-Tariq contro la popolazione di Centerville:

Ho bisogno di dire qualcosa…
Alla gente.
Qui dove sto
Io non vedo guerra. Io vedo odio.
Vedo uomini e donne e bambini morire. Perché l’odio è cieco.
Cieco abbastanza… Da ritenere una nazione colpevole delle azioni di un uomo.
Non posso essere parte di questo. Dopo quello che ho visto oggi.
L’America non ha ucciso Faysal al-Tariq.
Io lo ho fatto. (13)

6. Un nuovo linguaggio a stelle e strisce

Il saggio Writing the War on Terrorism di Richard Jackson è utile per comprendere al meglio il ciclo di Capitan America di John Ney Rieber e John Cassaday. Analizzando il linguaggio adottato dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, Jackson nota che (14) ci fu la volontà di presentare gli attentati come un attacco all’America. Nel crollo delle Torri Gemelle morirono centinaia di persone provenienti da decine di Paesi di tutto il Mondo: il governo americano avrebbe potuto quindi parlare di tragedia internazionale o di tragedia dell’umanità. Fu fatta consapevolmente la scelta linguistica di privilegiare la nazione come vittima dei terroristi.

Anche l’enfatizzazione della tragedia fu una scelta linguistica. Nel saggio, tra le altre cose, viene evidenziato l’uso insistito nei discorsi di Bush di vocaboli come incubo, orrore, terrore, lacrime, dolore, sofferenza.
Il Capitan America post-11 settembre di John Ney Rieber e John Cassaday - capitan-america-3-copertina-e1410362509557Jackson si sofferma anche sull’utilizzo del termine “guerra”. (15) Il Presidente degli Stati Uniti, dopo un uso iniziale di espressioni come “attacco terroristico” e “atto di terrorismo”, preferì adottare il vocabolo “guerra”. Fin dal 14 settembre 2001 parlò di “atto di guerra”, “dichiarazione di guerra” (dei terroristi agli Stati Uniti) e “guerra dichiarata contro di noi”. Per rimarcare lo stato di guerra nel quale erano piombati gli Stati Uniti, Donald Rumsfeld decorò i membri dell’esercito morti e feriti negli attacchi dell’11 settembre con il Purple Heart (Cuore Porpora), una decorazione assegnata a chi viene ferito o ucciso mentre serve nelle forze armate. Bush e i membri della sua amministrazione, adottando il termine “guerra” nei loro discorsi, fecero una precisa scelta linguistica che ebbe lo scopo di preparare i cittadini americani alla reazione armata degli Stati Uniti e di presentare come atti di difesa le future guerre in Afghanistan e Iraq.

La combinazione dei tre elementi linguistici descritti sopra porta a formulare un discorso secondo cui l’11 settembre la nazione degli Stati Uniti fu vittima di un atto di guerra di proporzioni inaudite. Il discorso fu impostato in questo modo per farlo seguire da altri discorsi sulla giustizia vendicativa e giungere così alla guerra al terrore. Jackson sostiene che il governo americano avrebbe potuto reagire agli attacchi dell’11 settembre con un linguaggio completamente diverso.

Come detto, l’attacco alle Torri Gemelle avrebbe potuto essere presentato come un attacco all’umanità. Inoltre l’enfatizzazione avrebbe potuto essere minore se i fatti dell’11 settembre fossero stati rapportati ad altre tragedie che succedevano nel Mondo. L’autore afferma che la sofferenza causata l’11 settembre non fu di portata eccezionale se si pensa che nel 1994 in Ruanda morirono ogni giorno il doppio delle persone uccise da al Qaeda o che dal 1998 nella Repubblica Democratica del Congo sono morte tre milioni di persone. Infine il termine “guerra” avrebbe potuto essere sostituito da “crimine”.
Queste scelte linguistiche avrebbero potuto dare vita a un discorso completamente diverso (l’aggettivo migliore per descriverlo è “fantascientifico”) da quello fatto dall’amministrazione Bush. La solidarietà con le vittime di altri conflitti nel Mondo si sarebbe tradotta in un desiderio di giustizia anziché di vendetta, e l’opinione pubblica si sarebbe schierata a favore della creazione di un tribunale penale internazionale che si occupasse dei molti “crimini” commessi dai soggetti dell’ordinamento giuridico internazionale.

L’operazione linguistica portata avanti da John Ney Rieber in Capitan America non è identica a quella ipotizzata da Richard Jackson, ma tra le due c’è notevole affinità.
John Ney Rieber, anziché guardare a quello che succedeva nel resto del Mondo, puntò l’attenzione sul male che avevano fatto gli Stati Uniti in passato. Fu questo il suo tentativo di disinnescare il discorso guerrafondaio di Bush. La consapevolezza dei crimini commessi dagli Stati Uniti prima dell’11 settembre scardina il discorso secondo cui l’11 settembre la nazione degli Stati Uniti fu vittima di un atto di guerra di proporzioni inaudite. Una frase del genere può essere pronunciata da una nazione innocente, altrimenti finisce con il dissimulare malamente quella che finisce con il diventare una spirale di torti e vendette incrociate. Non a caso il fondamento del fumetto di John Ney Rieber e John Cassaday è la decisione di Capitan America di interrompere la spirale di odio rivelando al Mondo la propria identità segreta.


Note:
  1. John Ney Rieber e John Cassaday, Enemy, in «Captain America», vol. 4, n. 1-6, , New York, 2002. Edizione italiana più recente: John Ney Rieber e John Cassaday, Capitan America. L’avversario, in «Super-Eroi – Le Grandi Saghe», n. 20, Rcs Quotidiani, Milano, 2009 [2002]. 

  2. Steve Englehart e Sal Buscema, «Captain America», vol. 1, n. 175-183, , New York, 1974-1975. 

  3. Patricia M. Thornton e Thomas F. Thornton, Contraccolpo, trad. it. Paola Breanza, Eleonora Pimazzoni, Francesca Primerano e Marta Veronesi, in John Collins e Ross Glover (a cura di), Linguaggio collaterale. Retoriche della “guerra al terrorismo”, trad. it. AA.VV., ombre corte, Verona, 2006 [2002], p. 57. 

  4. Jeff Shaw (intervista a Chalmers Johnson), What Goes Around… Interview: Blowback author Chalmers Johnson, in http://www.inthesetimes.com/issue/25/24/shaw2524.html, 29 ottobre 2001. L’intervista fu pubblicata originariamente nella rivista In These Times nel settembre 2001. 

  5. L’intervista fu pubblicata in Giovanni Agozzino (intervista a John Ney Rieber), 11-09-2011: La seconda ondata, in http://www.lospaziobianco.it/24544-11-09-2011-seconda-ondata, 2011. 

  6. John Ney Rieber e John Cassaday, Enemy, Chapter Three: Soft Targets, in «Captain America», vol. 4, n. 3, Marvel Comics, New York, 2002. 

  7. David Barsamian (intervista a Noam Chomsky), America: il novo tiranno, trad. it. Daniele Didero, RCS Libri Spa, Milano, 2006 [2005], pp. 117-118. 

  8. Ivi, p. 166. 

  9. Jorge Halperín (intervista a Noam Chomsky), Presidente Bush, trad. it. Orietta Mori, RCS Libri, Milano, 2004 [2003], p. 90. 

  10. John Ney Rieber e John Cassaday, Enemy, in «Captain America», vol. 4, n. 5, Marvel Comics, New York, 2002 

  11. È dedicato al bombardamento di Dresda il celebre romanzo Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, trad. it. Luigi Brioschi, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2003 [1966]. 

  12. Basil Henry Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, trad. it. Vittorio Ghinelli, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1997. 

  13. John Ney Rieber e John Cassaday, Enemy, Chapter Three: Soft Targets, in «Captain America», vol. 4, n. 3, Marvel Comics, New York, 2002. 

  14. Richard Jackson, Writing the War on Terrorism, Manchester University Press, Manchester, 2005, p. 32. 

  15. Ivi, p. 38. 

5 Commenti

5 Comments

  1. Francesco

    3 ottobre 2014 a 12:45

    Bellissimo articolo. Sono questi gli approfondimenti che dal 2003 mi fanno seguire questo sito costantemente.
    Complice l’articolo mi sono riletto il ciclo di Rieber che ho trovato ben fatto ad esclusione del finale dove Cap appare una macchietta alla vecchia maniera (solo nel finale), di fronte al nemico, narrativamente ben rappresentato, con tutte le sue motivazioni seppur barbare e meschine, nonchè ingiustifacabili.
    Ingenua invero la frase di Cap che dice al nemico che l’America ha imparato dagli errori passati (di vendere armi ai regimi) che quei giorni sono finiti. Mi chiedo:”Finiti quei giorni? Ma di cosa parliamo?”
    Noto qui un perseverare nell’ignoranza e nel proseguire nel solco dei vecchi errori, gettando alle ortiche il messaggio di redenzione fin qui paventato e ben rappresentato dal fumetto.
    Molto ambigua agli occhi di Europeo la frase finale di Cap in cui si dice che il popolo americano può arginare il fiume di sangue, sfidare le tenebre, difendere il sogno americano, e che hanno la libertà ed il potere di farlo.

    Un saluto.
    Francesco Del Vivo

    • la redazione

      la redazione

      3 ottobre 2014 a 14:14

      Il personaggio e certa retorica infusa – di gusto tipicamente americano – si prestano certamente a continui confronti con la realtà politica di ogni giorno. E’ curioso comunque che Capitan America sia stato spesso presentato come di fatto opposto alle politiche più militaristiche del governo statunitense.

      E grazie mille per il bellissimo complimento, speriamo di averti tra i nostri lettori per altri undici anni! ;)

      • Francesco

        3 ottobre 2014 a 18:04

        A tal proposito vorrei sapere se le storie degli anni ’70, quelle dell’impero segreto e Nomad sono appetibili o sono piuttosto vecchiotte e semplicistiche?

        Quando la Marvel la si potevaancora “leggere” e seguire, lessi i primi numeri del ciclo Brubaker (fino alla morte) e lo ricordo come uno tra i migliori cicli di quel periodo Marvel.
        Ricordo Daredevil di Bendis, Hulk di Bruce Jones, Thor di Jurgens ed i primi Vendicatori di Bendis, Amazing di Straczynski e JR JR. Ultimates di Millar ed i vari progetti Marvel Knights e Max, come il Punisher, New X-Men di Morrison.
        Le trame scorrevano più o meno slegate, fluide e senza complicazioni inutili. Poi venne Civil War ed il successo che ne conseguì mandò alle ortiche uno dei dettami della prima era Quesada: il no ai Cross-over!
        Quello fu l’inizio del ritorno all’intreccio spinto oltre ogni misura tra le varie serie. (Personalmente non riuscivo a godermi le testate). Questo effetto ha generato oltre alla confusione, un diluirsi delle trame smisurato, facendo si che certi accadimenti e sviluppi riguardassero solo pochi personaggi, e le altre trame, non potendo essere sviluppate in quelle testate, venissero dirottate in nuove, create per l’occasione. Vedi gli Avengers, New, Mighty, Dark, ecc…
        Risultato: vendite dei comics ridicole e allontanamento delle persone dai comics, me compreso.
        Spero di non averti annoiato nell’ aver rimembrato i primi anni del 2000 quando la Marvel sfornava ottime serie.
        Si accettano consigli sulle storie odierne e passate.
        Un saluto.
        Francesco.

    • Luigi Siviero

      Luigi Siviero

      6 ottobre 2014 a 09:14

      Ciao Francesco,
      innenzitutto ti ringrazio per il complimento.
      Nel dialogo finale Capitan America dice sempre “noi”. Con quel “noi” non si riferisce agli Stati Uniti o al governo, ma solo al popolo americano (che con il “noi” Capitan America si riferisca al popolo diventa esplicito nell’ultima pagina del fumetto).
      Secondo me il dialogo finale non tradisce il discorso che era stato fatto in precedenza nel fumetto. Capitan America parla in nome del popolo perché SPERA che il popolo sia consapevole. Si propone come incarnazione di un ideale da perseguire.

      Per capire il dialogo finale può essere utile questo passo di un’intervista a John Ney Rieber pubblicata proprio su Lo Spazio Bianco:
      http://www.lospaziobianco.it/24544-11-09-2011-seconda-ondata
      “Io stavo cercando di ritrarre Cap come un uomo di coscienza. Asservito, anima e cuore, al sogno americano: la visione ideale di quello che l’America potrebbe essere, come è scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza, nella Costituzione, nella Carta dei Diritti. Una visione illuminata dalla storia del nostro paese, alcune volte ispiratrice, altre dolorosa. Un soldato totalmente consapevole della realtà della guerra, ma che crede nel sogno americano e nel popolo americano, quel “Noi, il popolo” della Dichiarazione di Indipendenza, un uomo che non ha mai permesso di essere tentato a credere, neanche per un momento, che il fine giustifica i mezzi.
      Ero poco interessato a presentare le mie opinioni personali in quel ciclo, volevo più che altro presentare delle domande che, speravo, gli americani si fossero già chiesti, nella veglia successiva all’11 settembre. Nella speranza che potessimo trovare, in quel terreno fumante e insanguinato, qualcosa in più che rabbia, shock, disperazione, orrore… e paura.”

      • Francesco

        7 ottobre 2014 a 12:27

        Grazie per il chiarimento Luigi.
        Un saluto.

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