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Dark Side #10 – Robocop: Nessuna piet

di , Steven Grant e Juan Jose Ryp
RCS quotidiani/Panini Comics, 2006 – 208 pagg. col. bros.
6,99 euro + il prezzo del quotidiano
Non sono un fan dei film di Robocop e non amo i film d’azione che negli anni ’80 andavano per la maggiore. Sono povero, lo so. Ed è per questo, forse, che mi sono divertito molto a leggere Frank Miller’s Robocop. La storia è nota: Robocop 2 avrebbe dovuto fregiarsi della sceneggiatura originale di Frank Miller. Revisione dopo revisione, della sceneggiatura originale, nel film, è rimasta ben poca traccia. L’anno scorso, quindi, la Avatar Press in USA pubblica Frank Miller’s Robocop in 9 albi, ovvero l’adattamento a fumetti della sceneggiatura originale, opera di Steven Grant per i disegni di Juan Jose Ryp, con pieno sostegno di Miller che realizza le copertine. Oggi, l’intera storia viene proposta in Italia in un unico volume dalla Gazzetta dello Sport nella collana Dark Side, offrendo forse la migliore lettura tra quelle già uscite.
FM’s Robocop è frastornante, cacofonico, ridondante, sopra le righe, violento, colorato, rapido, posticcio, anacronistico. E’ un vero errore storico fatto a fumetto. Un non-senso logico stampato su carta fuori tempo massimo. Per tutte queste ragioni è un fumetto da leggere, che diverte e scuote, come una cosa che non ti aspetti e di cui non sentivi per niente bisogno.
Grazie alla sceneggiatura di Grant, dotata di buon ritmo ed esplicita al punto giusto, e soprattutto grazie ai disegni di tale Juan Jose Ryp, dettagliatissimo ma sgraziato quanto basta, questo Robocop è un pugno che ti arriva in faccia. E ti sbatte all’indietro. Quasi una parodia di un modo di fare fumetti che non esiste più, a metà tra l’ipercinesi fine a se stessa degli anni ’90 e l’adrenalina beffarda e rumorosa di certi fumetti inglesi quali Judge Dredd o Slaine. Ma non è una parodia, è una ripresa convinta e decisa di un territorio narrativo irrealizzato (e idealizzato).
Di Miller c’e’ tutto, dall’oligarchica onnipresenza dei media, alla violenza gratuita delle strade, a un senso dell’eroismo del tutto umano e divino al contempo; dove cioe’ i limiti umani danno il senso dello sforzo impiegato per raggiungere uno stato di esistenza superiore che tende alla divinita’. Robocop è questo, umano e macchina che lotta per una libertà che appare geneticamente impossibile, una contraddizione in termini. E’ questa anomalia, già presente nel concept originale del primo film, che muove la trama, insieme alla trasfigurazione folle e speculare della sua nemesi da umana a meno che umana.
La metafora è chiara e adatta al mondo bidimensionale del fumetto: la deriva della società occidentale stravolge ogni punto di riferimento e ogni direzione. Ma è una metafora talmente urlata da rimbalzarti addosso e cadere lontana. Al lettore resta in testa il rumore di fondo e l’adrenalina. C’e’ poco spazio per il pensiero (e d’altra parte Miller aveva già esploso con ben altri risultati il suo punto di vista su questo pazzo mondo) e molto spazio per il non-senso di una storia che arriva come un vecchio ricordo gioioso: quando si usciva tra amici, nei pomeriggi invernali, a sparare petardi sui marciapiedi, tra le gambe dei passanti nervosi. Davvero uno spasso. (Guglielmo Nigro)

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