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A cavallo del vento – Intervista a Gianfranco Manfredi

A cavallo del vento - Intervista a Gianfranco Manfredi - immagine1-1572Iniziamo nel modo più classico. presenta
Sono una persona disponibile. A varie esperienze creative e ai rapporti con persone stimolanti. Per il resto, anche se ho fatto e faccio parte di molti ambienti della cultura e dello spettacolo, non appartengo a nessuna categoria in particolare.

Perche’ a un certo punto della tua vita hai scelto il fumetto come strumento espressivo privilegiato? E perché l’hai scelto come lavoro, cioe’ come fonte di sostentamento?
E’ stato del tutto casuale. Un editore (Casarotti) mi ha offerto di fare un fumetto (Gordon Link) e gli ho detto di si’, così su due piedi, senza avere la minima idea che questo per me sarebbe diventato un lavoro continuativo, quello che mi impegna di più sotto il profilo del tempo. Dal punto di vista creativo mi impegnano molto di più i romanzi. Ma di sola letteratura non si campa. E poi è bene non scrivere un romanzo via l’altro. Tra l’uno e l’altro anzi, bisogna lasciare il giusto tempo di maturazione.

Come hai imparato a scrivere fumetti? Cosa consiglieresti a chi desidera imparare? Manuali e scuole quanto possono essere utili per un neofita?
Avendo avuto in precedenza una lunga e varia esperienza di sceneggiatore per il cinema e per il cinema-tv, non ho fatto molta difficolta’, perché ho trasferito quello che avevo imparato nella sceneggiatura dei fumetti. Da un certo punto di vista la sceneggiatura per fumetti è più impegnativa perché comporta anche una regia (una messa in scena e una cura delle inquadrature, una per una) che non viene richiesta allo sceneggiatore cinematografico. Inoltre il fumetto, non godendo del movimento, delle musiche, del sonoro e dell’interpretazione degli attori, richiede molta maggiore precisione e un ritmo molto diverso, in genere più sintetico.

La tua indole artistica, la tua “urgenza creativa” è appagata a sufficienza dalla possibilità di esprimerti attraverso un fumetto seriale con regole e vincoli ben precisi? Non hai mai pensato di realizzare un’opera al di fuori del circuito seriale, con più libertà espressive e di tempo?
Si’, pero’ il seriale mi è sempre piaciuto. Da ragazzo leggevo molti feuilleton, tipo Fantomas, per esempio, che era stato ripubblicato in una collana parallela ai Gialli Mondatori e a Urania. Oggi è il fumetto il vero erede dei feuilleton, gli somiglia molto anche per il fatto che esce in edicola, come i vecchi feuilleton che venivano editati a puntate sui giornali.

Ha senso parlare oggi di fumetto d’autore? Esiste questa divisione tra popolare e fumetto d’autore? E se si, dove sta il “confine”?
E’ poi tanto necessario fare questo genere di classificazioni? A me sembrano una cosa così vecchia… Distinguere bisogna, ma confrontando singole cose a singole cose. Per esempio nella gran parte dei fumetti americani, ogni singola tavola è di tipo illustrativo, non sequenziale, a volte con più azioni contemporanee per vignetta, e lunghe didascalie che formano una sorta di “parte letteraria” sganciata dalle immagini. Sceneggiature di questo tipo, io potrei scriverle in due giorni. Su Internet si trovano parecchi esempi di sceneggiature di fumetti americani. Non sono minimamente paragonabili a quelle bonelliane. Sembrano dei soggetti, o dei trattamenti sommari. Il lavoro delle immagini è lasciato tutto al disegnatore. Lo sceneggiatore si limita a dei suggerimenti molto generici. I fumetti Bonelli sono stati considerati a lungo troppo “facili” a causa di una notevole ignoranza critica sui fondamenti tecnici del lavoro. In ogni tavola Bonelli c’e’ una concentrazione di lavoro di sceneggiatura, di disegno, di cura redazionale, che raramente si ritrova in altro genere di fumetti. Questo riguarda in particolare la sceneggiatura. Quando un disegnatore straniero diventa un collaboratore della casa editrice in genere allibisce di fronte alla minuziosità dello script. I manga invece spesso sono considerati più semplici ed elementari dei fumetti occidentali. Falso! Le strutture narrative, il mix di generi, lo stile grafico (spesso a noi poco trasparente nella sua significazione) sono estremamente sofisticati. Dunque quando uno dice: questo fumetto è di serie A e questo di serie B, in realtà non esprime un giudizio oggettivo, ma un suo giudizio personale che rivela il proprio grado di conoscenza e di sensibilità estetica. Certi circoli un po’ massonici di “veri appassionati” del fumetto hanno fatto oggetti di culto di fumetti del passato bruttissimi, mal scritti e mal disegnati, oltre che rivoltanti sul piano del contenuto, normalmente sciovinista, razzista e reazionario. Eppure vengono considerati dei Classici e si passa volentieri sopra a molte nequizie, considerandole solo “tipiche dell’epoca” (come se nella stessa epoca non si facessero fumetti completamente diversi). Spesso quelli che ci capiscono meno sono i cosiddetti esperti.

Hai un’idea della “popolazione” che legge MV? Secondo te perché una persona adulta, diciamo un 30/40enne, potrebbe trovare interessante leggere MV? Ed un 15/20enne? In quale modo si potrebbero avvicinare nuovi lettori di diverse fasce d’eta’?
Ho appena detto d’essere contro le classificazioni (di genere e di livello) figurati se mi metto a pensare ai “diversi target” di pubblico. Io scrivo quello che mi viene in testa, tenendo solo presente che i lettori dei fumetti sono abituati a un certo tipo di linguaggio. Poi ci sono ragazzi di quindici anni di gusti molto più sofisticati di un sessantenne. Anzi, a volte fumetti per bambini come Topolino sono in realtà comprati e letti dai nonni. E alla questo lo sanno benissimo.

MV è un personaggio un po’ sfuggente. A tratti freddo, distaccato. Ha avuto un passato di cui in gran parte siamo all’oscuro, ed ha abbracciato la cultura indiana e l’arte dell’essere uno sciamano quasi come un’epifania. I suoi “poteri” a volte si manifestano in modo misterioso. Non rischia di essere poco “empatico” con il lettore? Perche’ questa scelta?
Le possibilità sono due: o si sceglie di raccontare le avventure di un uomo comune in cui chiunque si possa riconoscere, oppure si racconta l’Eroe. L’Eroe comporta sempre una certa distanza. Nell’Odissea sono gli altri a raccontare la storia di Ulisse e ciascuno con una sfumatura diversa. L’Eroe deve serbare una certa aura di mistero e di imprevedibilita’.

E che mi dici di Poe, che sembra rappresentare in tal senso l’opposto di MV?
Poe infatti è più facilmente leggibile nelle sue caratteristiche psicologiche e nelle sue reazioni. Il vero narratore è lui, come lo è Watson per .

Al di là delle singole storie, i punti di forza principali di MV sono, a mio avviso, due: la forte ambientazione storica e la cura per la psicologia dei personaggi, anche quella dei cosiddetti comprimari. Circa il primo aspetto vorrei chiederti: MV e Poe sono personaggi in evoluzione e in crescita o no? Dopo i primi numeri sembra che i personaggi si siano definiti una volta per tutti. Avendo a che fare così strettamente con la Storia, non rischi di ricalcare il modello a la “Forrest Gump”, dove i personaggi partecipano a tutto ma non vengono sostanzialmente cambiati dagli avvenimenti e dal tempo che passa?
I personaggi di MV cambiano eccome. Non fisicamente, perché sarebbe un po’ kitsch farli invecchiare vistosamente. Ma psicologicamente cambiano molto. Non trovo sopportabile che Dylan Dog per esempio, dopo centinaia di avventure, ancora si metta a dubitare dei racconti delle sue clienti. Questo poteva andar bene al principio, ma poi ripetere il modulo diventa controproducente. In questo caso sì che si rischia l’effetto Forrest Gump, cioe’ l’eterna ingenuità rispetto al mondo, come se tutto ricominciasse sempre da capo. Ma uno che resta (o pretende di restare) eternamente vergine, io lo trovo noioso. James Bond che all’ennesimo film ancora si presenta con la battuta: “Bond… James Bond.” non lo sopporto proprio, mi sento, come spettatore, preso per il culo.

A cavallo del vento - Intervista a Gianfranco Manfredi - immagine2-1572Un altro aspetto molto particolare è il rapporto di MV con le donne. Ce ne vuoi parlare?
Non è un seduttore e non è un misogino. Non ha l’ossessione del sesso, ma nemmeno le rudi timidezze del cavaliere solitario. Preferisce come amanti le dilettanti ( cioe’ le donne che lo fanno per diletto) piuttosto che le professioniste che lo fanno per mestiere. E’ anche capace di innamorarsi, per sbaglio o sul serio. Ma il suo connaturato nomadismo lo lascia sempre libero. Si può volere di più?

La struttura fissa ti costringe a chiudere una storia in uno o due albi massimo. Questo sembra in certi casi portare a dei “finali lampo”, con l’impressione che le pagine siano poche e ti stiano strette. L’ultimo esempio è la storia in 2 parti dei numeri 82 e 83, appena usciti, in cui a discapito di una storia appassionante si avverte che qualcosa non ha funzionato a dovere nel finale, come fosse sbilanciata. Perche’ non fare una storia in 3 parti, ad esempio, se spezzare gli albi rimane un tabu’?
Ci sono anche storie che in realtà sono durate per tre/quattro numeri, anche se per capitoli o fasi distinte. Il problema è il singolo numero. 94 tavole per un western sono poche, perché nel west il paesaggio è un elemento fondamentale, un vero protagonista. E il paesaggio richiede spazio visivo. Anche un racconto che include insieme psicologia e azione, richiede un maggiore spazio. MV ha tutte queste caratteristiche. Dunque per risolvere davvero il problema bisognerebbe potersi permettere numeri con una trentina di pagine in più. Puo’ darsi che in futuro questo possa accadere, finora non lo si è potuto fare perché MV ha un solo autore e meno disegnatori di altre serie

Hai nel cassetto una storia speciale, qualcosa di adatto, che so, ad un “Magico Ventone” (il riferimento è ai famosi “Texoni”, volumi speciali di formato maxi)? Credo siano in tanti i lettori che chiedono a gran voce l’uscita di uno speciale.
Si’, ma anche questo è un problema fondamentalmente pratico.

I disegnatori di MV sono un gruppo non numeroso, compatto, ma composto da artisti di grandissimo livello. Tra le mie personali preferenze spiccano soprattutto Milazzo e Frisenda, ma citerei anche Ramella, Mastantuono, Perovic, ecc. In base a quali elementi decidi di affidare la storia a, per esempio, Frisenda invece che a Ramella, o a Mastantuono? Semplificando molto, provi a legare ogni disegnatore del tuo gruppo ad una particolare atmosfera?
So in anticipo quando un certo disegnatore sarà pronto per una nuova storia e così penso qualcosa che sia giusto per lui. Non forzo mai il disegnatore a fare cose che non sente. Preferisco sintonizzarmi io (o cercare di farlo) con le sue propensioni.

Con quale artista ti piacerebbe lavorare per la prima volta o tornare a lavorare?
Non so. Ce ne sono parecchi che stimo, anche tra “i grandi vecchi”. Pero’ mi piace molto quando vedo spuntare un nuovo talento. Gli incontri il più delle volte li decide il caso. Non sempre quando capita di lavorare insieme a qualcuno che ammiri molto, o che ti sta simpatico, poi il lavoro viene bene.

Come scrivi le tue sceneggiature? Quanta libertà ha il disegnatore? Ci sono artisti che modificano più di altri le tue sceneggiature, che danno suggerimenti, ecc. Oppure eseguono pedissequamente quello che gli scrivi?
Pedissequamente mai. Il disegno dovrebbe sempre migliorare la sceneggiatura, perché il fumetto è narrazione visiva e non si può raccontare bene con disegni brutti o meccanicamente ripetitivi. Il punto è quando il disegnatore peggiora la sceneggiatura perché tira troppo via o perché inserisce elementi visivi che gli piace descrivere ma che non c’entrano nulla. In questo caso, cerco di far correggere le pagine, anche se il più delle volte Renato Queirolo si accorge degli errori prima di me.

Riesci a vedere le tavole mano a mano che vengono realizzate? O vedi il tutto a storie ultimate?
No, riesco a seguire il lavoro mese per mese così da poter consigliare delle correzioni di rotta se noto che qualche personaggio o qualche situazione non mi pare molto indovinata. D’altro canto per cautelarmi in anticipo invio sempre tonnellate di documentazione ai disegnatori: ambienti, facce di personaggi, azioni , oggetti d’uso quotidiano… insomma faccio il possibile per facilitarli.

Senza voler criticare il lavoro dei tuoi collaboratori, mi chiedevo se ti viene in mente qualche numero di MV in cui, come dire, il risultato finale della storia è stato molto lontano dalle tue aspettative, per atmosfere, ritmo, ecc. Sbagliare è umano!
Sì qualche numero c’e’ stato, anche di recente. Per esempio il n.78 “Gli Speculatori” dove per problemi di tempo e personali le chine sono state un po’ tirate via. In un seriale può capitare. Non è uno sbaglio in senso proprio: gli sbagli o si correggono oppure se uno continua a sbagliare, allora bisogna cercarsene un altro. Invece un momento di stanchezza può capitare a tutti , anche a me che scrivo, e in questo caso non è sbagliato lasciarlo. Bisogna essere sinceri con i lettori . E il fatto di mostrare qualche piccolo cedimento ogni tanto, ci rende più umani. Un gol facile sbagliato rende più atteso ed emozionante il gol realizzato quando arriva. Se invece si fa gol tutte le volte che si tira in porta, non c’e’ partita.

E il/i numero/i meglio riusciti sotto questo aspetto?
Sui numeri più riusciti, vale solo il giudizio del pubblico. L’autore pensa sempre ai numeri che devono ancora uscire. E’ su quelli che si concentra.

Salutiamo Gianfranco Manfredi e la sua creatura Magico Vento, ringraziandolo per la disponibilità e la franchezza, sicuri di poterci ritrovare nelle pieghe della storia del West.

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