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Monster #9

Monster #9 - immagine1-1556C’era una volta un mostro che non aveva un nome. Il suo maggiore desiderio era avere un nome. Allora egli si mise in viaggio in cerca di un nome. Ma siccome il mondo è grande il mostro si divise in due.

L’opera di arriva al suo nono tankobon. E un velo inizia a sollevarsi. Monster è un fumetto che fa arrabbiare. Arrabbiare come matti! Ha una perfezione formale ammirevole, un equilibrio magistrale tra testo e disegni, un ritmo ottimamente strutturato. Eppure… eppure alla fine di ogni tankobon viene da chiedersi dove voglia andare a parare l’autore. C’e’ questa strana sensazione, come se Urasawa stesse giocando con le nostre aspettative. Nel fumetto giapponese, l’attesa e la reiterazione sono consuete, fanno parte del cuore della narrazione; in Monster questo modo di procedere si fa ancora più forte – ma sarebbe superficiale fermarsi a questa prima impressione.
La perfezione formale di cui accennavo, con una scansione narrativa attenta a ogni inquadratura e particolare, non è vuoto esercizio stilistico. Perche’ la rabbia di cui sopra scompare ogni volta che ci si immerge nella lettura del nuovo capitolo: Urasawa è un maestro del ritmo, e sa come creare tensione, coinvolgimento, come emozionare il lettore. L’inquietudine che permea tutta la vicenda di Monster la si respira in ogni pagina, in ogni primo piano, in ogni dialogo, in ogni fuga e in ogni attesa.

L’autore è talmente bravo che capisce quando è il momento di rivelarci qualcosa di più sui suoi personaggi, sulle sue creature umanissime e spaventose: ed ecco che in questo nono volume alcune domande sembrano trovare risposta. Chi sono Johan e Nina veramente? Da dove vengono? Perche’ sono arrivati in Germania da Praga, loro paese di origine? Le risposte ci sono, davvero, se si legge con molta attenzione.
E Urasawa inizia anche a rivelarci la natura del mostro. Ma attenzione, il soprannaturale non è mai vicino quanto vorremmo credere; le vicende che ci racconta sono umanissime, perverse e incomprensibili agli occhi di lettori “innocenti”, ma perfettamente legate a una fenomenologia quotidiana, sociale e fisica. Semplicemente, ci insinua il dubbio che in quei personaggi, e soprattutto in quel Johan così bello e perfetto da sembrare un nuovo Lucifero, si nasconda qualcosa di non umano. Ma è solo un dubbio, una favola.
In qualunque momento sembra che l’autore stia per mettere in moto il meccanismo della cosiddetta “ucronia”, di quel ripiegamento dello spazio e del tempo dove l’irreale esiste davvero, dove, per capirsi, i demoni esistono davvero e le forze del bene e del male si contrappongono in modo visibile, reale, concreto. E invece, Urasawa rimane sempre al di qua, all’interno della realtà che tutti conosciamo e viviamo ogni giorno.
Da qui, senza speranza, nasce l’inquietudine fortissima che questo fumetto riesce a trasmettere. Sarebbe troppo facile credere ai mostri, dare la colpa a entità maligne, mitologiche, irreali. No, signori, il Male estremo esiste anche nella nostra vita, negli occhi del nostro vicino di casa, nella persona che crediamo amica, nei nostri genitori, in NOI!

Perche’, come mostra perfettamente anche questo nono volume, la vicenda di Monster è anche un pretesto (in senso letterale) per raccontare la vita di persone comuni, spesso disperate, sfortunate, come il povero Karl e la sua madre prostituta; come il terribile e umanissimo Herr Shuwald, il Vampiro della Baviera, finanziere apparentemente senza scrupoli che si piega all’amore per una donna e un figlio, e al terrore per gli occhi “infernali” di Johan; come il povero Tenma, catapultato in un mondo che non riesce più a governare, dove l’unica sua ragione di vita sembra ormai essere la vendetta contro Johan; come tantissime altre persone che sono ormai uscite di scena, schiacciate dalla follia dell’esistenza, perse nella desolazione e nel tormento. Ognuno di loro lascia un solco nella coscienza del lettore, un ricordo, come la vita.

Per cui non ha importanza se la storia si dilata, se l’attesa diventa a tratti estenuante, se la vicenda sembra non avere una direzione e perdersi. Dobbiamo fidarci di questo autore, della sua personalissima chiarezza, perché, come mostra questo volume, la storia procede, la verità ha un volto, e presto si mostrerà ai nostri occhi dove non avremmo mai voluto guardare.

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