Interviste

Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani

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Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - hammer-cover
Illustrazione di Fabio Mantovani, appositamente ricolorata per Lo Spazio Bianco dall’autore.
Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - Alpha-Quadrant-6_2000
Copertina della fanzine Alpha Quadrant #6

Deep Space One è un’associazione culturale che riunisce al suo interno i Trekkers italiani, cioè gli appassionati dell’universo fantascientifico di Star Trek. Attiva fin dagli anni ’90 del secolo scorso, l’associazione, a partire dal 2000 ha dato vita alla Deep Con, una convention annuale giunta in questo 2014 alla sua quindicesima edizione. Proprio nella prima edizione della Deep Con, Stefano Avvisati e Francesco Miranda intervistarono Fabio Mantovani, uno dei disegnatori italiani che partecipò all’avventura editoriale di , disegnando il numero undici della serie. Quell’intervista apparve nel 2000 nei numeri 6 e 7 di Alpha Quadrant, fanzine ufficiale di Deep Space One. Su gentile concessione di Stefano Avvisati, nell’ambito del nostro speciale dedicato al ritorno in edicola di con la ristampa Mondadori Comics, presentiamo qui uno stralcio di quell’intervista dove Fabio Mantovani parla della sua esperienza hammeriana. Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - FM 

Seduto tra i confortevoli divanetti posti lungo i corridoi dell’hotel “Ambasciatori”, a Fiuggi, durante la Deepcon, sono in attesa di parlare con un mio caro amico, nel frattempo, m’immergo nella lettura di un fumetto di fantascienza. Non è un giornalino qualunque, anzi è decisamente uno tra i più belli degli ultimi anni, con i suoi scenari storico-fantastici di fine terzo millennio. Il sistema solare è dominato dalla presenza della razza umana, alla quale non è bastato emigrare in posti lontani milioni di chilometri per smettere di azzuffarsi. Ovunque luccica ghignante il sorriso della iper-tecnologia, che spesso si fonde con quello che resta del lontano passato, per creare forme architettoniche assurde e barocche. Le astronavi viaggiano veloci da un pianeta ‘terraformato’ a un’isola galleggiante tra gli asteroidi, da una città orbitale a una verdissima foresta artificiale. I porti franchi ospitano i viaggiatori più strani, uomini d’affari senza scrupoli, cyber killer spietati, avventurieri e navigatori mercenari al soldo delle compagnie multiplanetarie che trasportano dappertutto i metalli graffiati dagli asteroidi… ma ecco arrivare il mio amico. Si chiama Fabio Mantovani, 30 anni, lavora come professionista nel mondo dei fumetti dal 1994. Ha avuto la fortuna di pubblicare, come primo lavoro, per la Star Comics, proprio il fumetto che vi stavo descrivendo: Hammer. Una testata dalle grandi potenzialità e qualità, che si è scontrata, purtroppo, con una crisi di mercato che ne ha decretato la prematura chiusura. Hammer si è perciò trasformato dalla prevista serie illimitata a una memorabile miniserie di 13 numeri (più il numero 0).

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Copertina di Hammer #11 – L’urlo del cielo

Ciao Fabio. Volevo illustrare ai lettori di DS1 uno dei tuoi lavori più belli e logicamente volevo partire da Hammer. Cominciamo dalla fine. Perché è stata chiusa la testata?
La versione ufficiale è che le vendite non riuscivano a coprire tutte le spese…

Ok, e la versione non ufficiale, la puoi anche dire ai lettori di Alpha Quadrant…
Certo, è che le vendite non riuscivano a coprire tutte le spese…
(E Fabio scoppia in una risata fragorosa)

Perfetto! Che sia vero o no, mi pare di capire che non lo sai…
Infatti, non lo so. Non sono la persona giusta che può rispondere a questo tipo di domanda.

Come è nato il tuo rapporto di lavoro con la Star Comics?
In un convegno ufficiale della Star Comics per il fumetto Lazarus Ledd, che si è tenuto a Roma nel vecchio Marchio Giallo, oggi negozio Star Shop, ho avuto l’opportunità di prendere appuntamento con il direttore della Star Comics e mostrargli tutti i miei lavori eseguiti fino a quel momento. Sapendo che stavano cercando disegnatori di fantascienza, io gli ho mostrato diverse tavole di mia produzione che rappresentavano vicende fantastiche, parzialmente fondate su elementi scientifici. Poi, di lì ad un mese, sono stato contattato dal ‘gruppo bresciano’ formato da Olivares, Vietti e Maio, che ora lavorano per la Bonelli, mentre io ho concluso momentaneamente il mio rapporto con loro nel 1999.

Quindi eri uno dei tanti che si è presentato per una audizione grafica.
Sì, ero uno dei tanti ed ho avuto la fortuna di essere stato scelto nell’arco di un mese.

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Tavola di apertura di Hammer #11

Così hai visto nascere il progetto Hammer?
Sì, l’ho visto crescere. Diciamo che Hammer doveva essere soprattutto un fumetto epico, sullo stampo di Guerre Stellari, ma con personaggi non troppo negativi o positivi, semplicemente personaggi reali che interagivano tra loro per dar vita a delle storie ambientante in un ipotetico futuro, ma con la concretezza e tangibilità di personaggi veri, autentici.

Hai ricevuto la cosiddetta ‘Bibbia’ da parte dei creatori di Hammer o ti sei semplicemente documentato sul progetto cercando di dare anche una tua ‘impronta’ grafica ai personaggi?
Il progetto Hammer aveva una caratterizzazione ben definita dagli stessi autori e per me è stato molto facile cogliere lo spirito di quello che mi era stato proposto. Certo, ero emozionato. Ricordo ancora quando mi hanno presentato il mio primo dossier. Quando ho iniziato a leggerlo ho visto che era definito nei minimi particolari: dalle ambientazioni, al carattere dei personaggi. Una volta letto mi sono sentito immediatamente in sintonia con il gruppo di lavoro. Devo dire che ho amato subito i protagonisti di Hammer.

Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - 12I personaggi erano tre…
Sì, questo lo ricordo ancora! (Risata!) Erano tre, due uomini e una ragazza, il perno centrale, colei che teneva insieme il gruppo. Colter era il meschino del gruppo e Swan il bambinone, tutto muscoli e niente cervello, mentre Helena era un hacker organico di grandi capacità. Praticamente, tre anti-eroi, come li ha definiti il Gruppo Hammer e io sono completamente d’accordo con loro.

Quale era il tuo personaggio preferito e perché?
Era Colter, perché… non saprei come definirlo… ecco… era un simpatico figlio di p***a! Lo ritengo il personaggio più reale tra i tre. Guardava sempre al proprio tornaconto. Un uomo cinico e senza scrupoli, anche se aveva un suo particolare senso dell’onore.

Una cosa che mi ha sempre affascinato di Hammer, è stata la prigione virtuale. Oggi Matrix, è diventato di pubblico dominio…
L’idea della prigione virtuale fu del gruppo bresciano, Olivares, Vietti e Maio. Se non sbaglio, hanno tratto spunto da un racconto di fantascienza dal titolo “Il neo amante”, dal quale sicuramente è stato tratta qualche ispirazione anche per la realizzazione di “Matrix”.

Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - hammer_9Raccontaci del tuo incontro con il buon Giancarlo Olivares, di cui tutti noi conosciamo la bravura.
Durante la realizzazione di questo lavoro, ho avuto la possibilità di conoscere tutti i creatori del progetto Hammer, non solo Olivares. Un gruppo stupendo e unito. Vietti attualmente sceneggia per Nathan Never.

Qualche aneddoto o curiosità…
Più che un aneddoto, voglio raccontare il momento più brutto della mia vita, quando dopo aver ricevuto l’incarico di realizzare l’undicesimo capitolo della saga di Hammer, a metà lavorazione, sono stato chiamato dalla direzione della Star Comics, perché si decise per la chiusura della testata. Ti assicuro che è una cosa terribile. Mi hanno tenuto fermo per due mesi ed io ero arrivato a metà lavoro. E’ come ricevere un macigno dal trentesimo piano! Solo che non è un fumetto… è la realtà!
(Vedo Fabio che cambia per un attimo umore)
Si diceva che i dati erano allarmanti. Eppure io ricordo benissimo che il numero zero di Hammer andò a ruba e furono costretti a fare le ristampe… i misteri sembra non esistano solo in X-files.

È strano.
Sì è vero, una cosa stranissima, anche perché dopo cinque anni c’è ancora gente che rimpiange Hammer.

Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - Hammer_3aPer te cosa vuol dire essere un disegnatore di fumetti?
Nonostante la mia predisposizione al disegno, non mi sarei mai aspettato di entrare a far parte del mondo dei comics. Il lavoro del disegnatore non si ferma solo nell’interpretare una sceneggiatura e trasformarla in fumetto, occorre sapersi presentare presso le case editrici, accrescendo la propria esperienza. E’ necessario ‘sapersi vendere’, ma è una cosa che a me riesce malissimo…

A me sembra che di talento ne hai parecchio…
Ti assicuro, il talento non basta. Bisogna sapersi mostrare. La cosa brutta di questo mestiere, visto che non si ha un contratto con una casa editrice, è cercarsi il lavoro, anche se fino ad ora, non diciamolo troppo forte, non mi è mai mancato. All’inizio di un nuova realizzazione non hai problemi, perché hai tanto tempo a disposizione, all’incirca otto mesi per concludere un nuovo fumetto.

Speciale Hammer: un’intervista a Fabio Mantovani - 10Ci puoi spiegare come ci si prepara a disegnare una tavola. Qual è l’impostazione di base?
Si parte dalla lettura del dossier, che contiene l’intera storia raccontata, e del soggetto, nonché di tutta la documentazione della casa editrice che spiega il prodotto, a cosa mira e a quale target di pubblico si riferisce. A questo punto si può partire con lo sviluppo delle pagine tramite lay-out, lavoro che va avanti per due o tre settimane fino al completamento della storia. Quindi si passa a disegnare le tavole. Normalmente, cerco di realizzarne una al giorno.

Per entrare un po’ nei tuoi gusti personali, ti piacciono di più i manga o i comics?
A me piace il fumetto, indifferentemente che sia manga o fumetto italiano o americano, un lavoro ben fatto è un lavoro ben fatto. Mi piacciono altrettanto i cartoni animati. Direi che più che il genere preferisco gli autori.

Ti sarebbe piaciuto lavorare su qualche serie che ha un proprio universo?
Non credo che mi piacerebbe, anche perché penso che le serie a lungo andare stancano il pubblico. Anche se l’idea, in un certo senso, mi stuzzica, perché mi costringe a mettere alla prova la mia creatività di disegnatore. Comunque, come ti dicevo, preferisco lavorare su storie che hanno un inizio ed una fine, le cosiddette ‘autoconclusive’. Non credo molto in una serie, penso che certe storie non possano continuare all’infinito.

Fabio, ti ringrazio per la tua disponibilità.

(alcune delle immagini a corredo dell’intervista sono tratte dal blog di Fabio Mantovani)

Lo Speciale Hammer:

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