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Intervista al Gruppo Hammer: giovani autori per la fantascienza a fumetti degli anni ‘90

Intervista al Gruppo Hammer: giovani autori per la fantascienza a fumetti degli anni ‘90 - Autori
Cinque componenti del Gruppo . Da sin.: , , , Mario Rossi (Majo) e Riccardo Borsoni

Quando, a metà anni ’90, fece il suo esordio in edicola, la maggior parte degli autori dietro la testata erano giovani professionisti alle prime esperienze nel mondo del fumetto. Il taglio delle storie, la qualità dei disegni e le novità che la testata portò nel mondo del fumetto popolare italiano erano indizi evidenti che quei ragazzi ne avrebbero percorsa di strada.
Degli autori di quel “gruppo Hammer” che hanno risposto alle nostre domande,
, , e Mario Rossi (Majo) sono oggi tutte colonne portanti della Sergio Bonelli Editore e prestano la loro mente e la loro matita a testate quali Le Storie, Dragonero, e Dampyr.
Riccardo Borsoni è invece oggi il direttore della Scuola Internazionale dei Comics di Brescia.

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Copertina del secondo numero della ristampa di Hammer in edicola ad Agosto

Benvenuti su Lo Spazio Bianco, ragazzi! Ci raccontate, brevemente, quali furono le premesse da cui nacque Hammer?
Gigi Simeoni: La voleva una serie nuova di zecca, di fantascienza, che si immettesse nella scia di della Bonelli. Vedeva che il nostro gruppo funzionava alla grande e che eravamo dei gran “sgobboni”… così ci diede carta bianca.
Stefano Vietti: La Star propose il genere come sua unica richiesta e ci lasciò fare. Non sapevamo bene a cosa stavamo andando incontro… perché poi nel tempo, oltre alla creazione del progetto, ci trovammo ad aprire uno studio per la sua gestione: dalla scrittura ai disegni al controllo del lavoro dei collaboratori, al lettering fino alla consegna del pacchetto finito e pronto per la stampa. Roba che se la dovessi affrontare oggi schiatterei dopo una settimana. Ma eravamo giovani e in forze ;)
Riccardo Borsoni: In quel periodo ci incontravamo ogni settimana per progettare storie di ogni genere, come usavamo fare dai tempi di Full Moon Project. Le esigenze della casa editrice sono state quindi accolte con entusiasmo anche perché qualcuno di noi amava la fantascienza già come lettore.
Giancarlo Olivares: La nostra sfida era di riuscire a fare qualcosa di completamente nostro. Amalgamare tutte le varie spinte creative in modo da ottenere qualcosa che non sapesse di già visto. Insomma, dare il massimo.

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Illustrazione di Gigi Simeoni

Prima di questa serie buona parte, se non tutto il vostro gruppo aveva lavorato al Full Moon Project. Com’era lavorare in gruppo? Come facevano sei teste pensanti a non scontrarsi e come era impostato il lavoro?
GS:
Era fantastico. Le teste si scontravano, eccome, ma sempre in modo costruttivo. Mai qualcuno ha cercato di imporrescelte dettate solo dal gusto personale, e ogni dettaglio era oggetto di profonde analisi e confronti.
SV: Il gruppo è stato per noi fondamentale per vari motivi. La condivisione costante delle idee, la discussione che porta alla crescita di tutti, il sostenersi a vicenda. Non c’era spazio per le primedonne, ogni giorno ti facevi un bagno di umiltà necessario alla crescita. Quando parlo, oggi, con giovani fumettisti dico sempre di creare un gruppo, anche senza avere progetti, solo per il confronto e la discussione.
RB: In un secondo momento abbiamo avuto il bisogno di organizzare l’enorme mole di lavoro che ci era piombata addosso in maniera più sistematica. Abbiamo utilizzato il buon senso e la capacità di riconoscere a ognuno le doti che lo caratterizzavano: pagina per pagina qualcuno supervisionava la tecnologia, qualcuno i personaggi, qualcuno faceva in modo che le atmosfere delle storie fossero equilibrate, qualcuno rivedeva i dialoghi e così via. Ci eravamo insomma dati dei ruoli.
GO: Abbiamo dovuto imparare molte cose nella maniera più dura: facendo un sacco di errori. Per fortuna potevamo sempre contare gli uni sugli altri per collaborare quando le date di consegna cominciavano a diventare pressanti…
Mario Rossi: Lavorare in gruppo per un’attività prettamente solitaria come la nostra è galvanizzante. Il gruppo riempie le lacune caratteriali che ognuno ha per sua natura, quindi infonde forza e fiducia, questo, almeno,è stato per me. Scontri e incontri erano all’ordine del giorno ma, visto dove ci hanno condotto i risultati, direi che tutto è stato costruttivo. La suddivisione dei compiti ha seguito le attitudini, che, per nostra fortuna, si sono rivelate complementari e il lavoro svolto per il gruppo servì ad arricchire anche il bagaglio professionale di ognuno.

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Studi di Giancarlo Olivares per la serie

Tutti voi venite da Brescia e dintorni: quali erano state le esperienze che vi avevano accomunati e portato a lavorare assieme?
GS:
Se intendi prima di Fullmoon Project, nessun altro lavoro di gruppo. Qualcuno di noi, ad esempio io e Olivares, avevamo già iniziato a pubblicare qualcosa con altri editori. Ma eravamo tutti pressoché esordienti. Io, Olivares e Majo eravamo nella stessa classe allo Studio di Arti Visive di Hector Ruben Sosa. Nella classe dopo c’era anche Andrea Mutti. Gli altri li conoscevamo per motivi diversi.
SV: Fullmoon Project è stata la mia prima esperienza, poi sono approdato a Lazarus Ledd, dove la scuola di Ade Capone mi ha fatto crescere molto… lo considero il mio maestro e gli sarò per sempre grato per il suo sostegno e i suoi consigli. Con Hammer abbiamo fatto tutti un bel salto.
RB: Ruben Sosa era un amico di famiglia, Gigi un compagno di scuola al liceo artistico, Giancarlo, Stefano e Mario li ho conosciuti meglio alle riunioni di Full Moon Project.
GO: Ho conosciuto Gigi e Majo ai corsi di fumetto del maestro Ruben Sosa. È stato un salutare bagno di umiltà: nella mia vita non avevo ancora conosciuto nessuno con un simile talento nel disegno. Mi ha fatto capire che dovevo lavorare duramente per arrivare al loro livello! Quando ho cominciato a frequentare Davide Longoni e si è cominciata a profilare la possibilità di creare un gruppo di lavoro, loro sono stati i primi che ho pensato di coinvolgere.
MR: Io venivo dalla pubblicità, professione che ho affiancato all’attività di fumettista fino al 2000. Ho conosciuto alcuni dei ragazzi verso la metà degli anni ‘80, alla Scuola di Fumetto del compianto autore argentino Ruben Sosa, parlo di Simeoni e Olivares, grazie al quale mi sono inserito nel gruppo chiamato al progetto Full Moon, dove ho incontrato Vietti. Borsoni, invece, l’ho conosciuto qualche tempo dopo, in uno dei tanti incontri serali dove si discuteva di idee e progetti e si finiva sempre a birre, pizze al trancio e calci a un pallone.

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Studi di Giancarlo Olivares per la serie

Quando la decretò la chiusura della testata, voi riusciste comunque a cambiare il percorso narrativo della serie per darle una chiusura adeguata. Nell’ipotesi che la serie fosse continuata, quale sarebbe stato il suo sviluppo?
GS:
Avevamo idee grandiose, come sono grandiose le aspettative di un ragazzo di quell’età. Ma anche ingenue, forse, e spericolate allo stesso tempo. Oggi credo cestineremmo gran parte dei progetti del 1995. Però, alcune idee che erano nate per Hammer sono poi state sviluppate singolarmente, per altre testate. La mia storia per il Maxi Gregory Hunter, “La terra delle lunghe ombre”, ad esempio, era in origine un’idea per Hammer.
SV: Diciamo che la Star decise di chiudere avvertendoci per tempo e ci consentì di farlo nella maniera migliore. Nei mesi successivi, ritrovandoci ogni tanto per parlare di nuovo del possibile futuro di Hammer, arrivarono le prime idee, ma finirono con il restare dentro il cassetto. Alcune non erano niente male.
RB: Quando fu presa la decisione di chiudere la testata alcune idee e alcuni soggetti anche ben sviluppati inevitabilmente finirono nei cassetti del nostro studio. Oggi non credo che li riprenderemmo se dovessimo ripartire, penso che studieremmo materiale nuovo di zecca (magari lo stiamo già facendo…). I tempi sono cambiati e anche il nostro modo di raccontare le storie. Sarebbe triste se non fosse così!
GO: A grandi linee avevamo programmato un altro anno di pubblicazione, ma la decisione di chiudere la testata ha rivoluzionato la nostra linea narrativa. L’idea principale era che, con l’inizio della guerra tra la Terra e le colonie del sistema solare, i nostri, dopo un iniziale coinvolgimento, erano costretti a fuggire nella ricca e misteriosa Nube di Oort (ipotetica nube sferica che circonda il sistema solare e da cui provengono le comete)…

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Schizzo di uno dei tre protagonisti di Hammer

L’immaginario letterario della corrente fantascientifica cyberpunk era l’impalcato narrativo su cui Hammer si reggeva: chi tra voi era l’appassionato di Bruce Sterling e William Gibson e quali sono le opere che più vi hanno influenzato?
GS:
Ah, qui è meglio che rispondano Olivares, Vietti e Borsoni …
SV: Non ci hanno influenzato direttamente, in realtà e furono Simeoni e Majo a impedirlo perché non volevano che la fantascienza di Hammer divenisse troppo complessa, hard e tecnobabbolosa. Fu una gran cosa. Toccammo certi argomenti, ma con parsimonia.
RB: Per me è stata una gran menata ai tempi! Ero praticamente all’asciutto di tutta la letteratura Cyberpunk e ricordo una vera e propria full immersion per leggere una ventina di capisaldi del genere in pochi mesi. A conti fatti ne è valsa la pena, ho avuto l’opportunità di scoprire grandi autori e grandi libri.
GO:Più che Sterling e Gibson (che ho letto e che apprezzo) per me il vero punto di riferimento letterario di Hammer è stato Dan Simmons con i suoi Canti di Hyperion. La sua estetica è la base su cui abbiamo costruito il nostro immaginario futuro del sistema solare.
MR: Non ero appassionato del genere, anche se ho apprezzato Blade Runner e Guerre Stellari, e seguivo la serie tv “Ufo” negli anni ‘70. Semplicemente, l’opportunità di lavorare a un progetto nostro era imperdibile e tirarsi fuori sarebbe stato anti-professionale.

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Studio di copertina

Per molti aspetti Hammer fu visto come l’antitesi “adulta” di Nathan Never, in quel periodo a metà degli anni ’90 (tre protagonisti antieroi anziché un solo protagonista ed eroe positivo, stile grafico che “osava” molto di più rispetto alla serie Bonelli, etc). In qualità di autori, come vi ponevate nei confronti della serie dell’agente Alfa? La seguivate, vi ispirava e com’è stato poi finirci a lavorare per molti di voi?
GS:
Io non ero un assiduo lettore di fumetti. Dei bonelliani leggevo qui e là un po’ tutto, senza fissarmi con una o due serie complete. Se c’era la storia dentro, con idee e personaggi originali e stuzzicanti, allora compravo. Altrimenti bypassavo.
SV: Adorai Nathan Never fin dal primo numero… ma ricordo anche che nelle nostre riunioni creative il percorso narrativo di Nathan Never non venne preso in considerazione … questo perché Hammer aveva una personalità così diversa dall’impostazione di NN che prese subito una sua strada  e lungo quella strada ci incamminammo.
RB: Il confronto diretto con Nathan non lo facemmo mai, anche perché molti di noi amavano il prodotto di Bonelli. Semplicemente avevamo un’altra idea in testa e se a livello narrativo è stato chiaro a tutti che spostavamo temi e atmosfere in un’altra direzione, mi sarebbe piaciuto che si fosse notato quanto anche graficamente volevamo sperimentare le lezioni di Frank Miller, Mike Mignola e Bill Sienkiewicz. Basta guardare il n°0. E io avrei azzardato anche di più!
GO:La prima casa editrice a cui feci vedere i miei lavori fu proprio la Bonelli, l’incirca un anno prima dell’esordio di NN. In quell’occasione conobbi Antonio Serra che, notate le mie doti di disegnatore SF, mi fece fare le prove di Nathan. Ovviamente non ero ancora pronto per la pubblicazione ma Antonio seguì la mia carriera convinto che prima o poi avremmo lavorato insieme. E l’occasione si presentò quando il nostro rapporto con la Star Comics entrò in crisi.
MR: Non leggevo NN. La mia passione erano i fumetti d’ambientazione storica: western e avventura. Tex, Comandante Mark, La storia del West, Ken Parker… cioè, l’antitesi della fantascienza. Il mio apporto alla serie è stato quello di renderla più realistica e, in certi casi, anche meno spettacolare.

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I tre protagonisti della serie: Helena, Swan e Colter

Molti degli aspetti già presenti in Hammer a metà anni ’90 (linguaggio parlato e visivo forte, dubbia moralità dei protagonisti, marcata trama orizzontale della serie) si ritrovano tutti, oggi, in una serie Bonelli quale Orfani, che dichiaratamente mira al rinnovamento del linguaggio bonelliano. Si dice che, a suo tempo, voi offriste Hammer a Sergio Bonelli, che gentilmente declinò la proposta. Cos’è cambiato secondo voi oggi, alla luce anche dell’esperienza che molti di voi hanno maturato in varie serie bonelliane, nella casa editrice di via Buonarroti? Se fosse nato oggi Hammer sarebbe potuta essere una serie SBE?
GS:
Non  credo. Lo disse Sergio stesso: Hammer gli piaceva, non ne perdeva un numero, era ribelle come lo era stato a suo tempo Mister No. Ma nel 1995, il linguaggio “per tutti”, ecumenico, della SBE non aveva spazio per i nostri racconti. Oggi le cose stanno un po’ alla volta evolvendosi anche in Bonelli, il che non può che farmi piacere.
SV:La Bonelli ha retto per anni agli alti e bassi del mercato del fumetto in Italia proprio perché ha continuato a innovare, pur mantenendosi costantemente dentro quella sua impostazione tradizionale che ne ha decretato il successo. Non sono così convinto che se avessimo presentato Hammer oggi alla Bonelli, come serie nuova, intendo, avremmo ricevuto un rifiuto. Ma non sarebbe stato lo stesso Hammer di venti anni fa… l’esperienza di oggi avrebbe giocato a favore per certi aspetti… e a sfavore per altri ;)
RB: Le caratteristiche della Prudenza e della Saggezza tipicamente bonelliane non si abbinavano perfettamente al gruppo di ragazzi che eravamo venti anni fa. Forse oggi sarebbe diverso…
GO:Difficile fare i conti con i se. L’unica risposta possibile è: chi lo sa?
MR: Non credo. Hammer non sposa tuttora la linea editoriale della SBE.

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Copertina del primo numero della ristampa di Hammer

L’avventura d’esordio di Hammer “Doppia Fuga” anticipa di ben quattro anni alcuni temi che saranno la base del film Matrix: quando la pellicola uscì e riscosse il successo planetario che tutti sappiamo cosa pensaste vedendola per la prima volta?
GS:
Al momento, un gran giramento di scatole. Una scena, quella delle bare criogeniche, ad esempio, sembra presa pari-pari da alcune pagine di “Doppia fuga”. Ma in realtà è più probabile che sia noi che i Watchowsky si sia arrivati a “visualizzare” la medesima situazione.
SV: Bah… non mi sono mai posto il problema… secondo me i creatori di Matrix nemmeno l’hanno visto Hammer. E come si sia noi arrivati alla faccenda delle bare criogeniche, non lo ricordo … credo che qualcuno avesse detto, in riunione “e se il carcere non fosse reale?”.
RB:Le storie tornano e ritornano senza sosta da sempre e le intuizioni in certi momenti sono nell’aria… Non è raro in questi tipi di mestiere che autori diversi arrivino a sfoderare idee molto simili nello stesso periodo; succede se si condividono ambiti di ricerca e passioni analoghe. Vale lo stesso per la musica e la letteratura.
GO: Più che dalle pellicole citate io sono rimasto piacevolmente colpito dalle assonanze di Hammer con due straordinarie produzioni straniere:  l’anime Cowboy Bepop e la serie-TV Firefly del grande Joss Whedon (alla quale siamo accomunati anche nella chiusura anticipata).

Nessuno di voi aveva letto, prima di creare Hammer, il romanzo “Ai due lati del muro” di Francesco Grasso (Urania 1189), vincitore del Premio Urania 1992, pregno di echi cyberpunk e che ha dei punti di tangenza nella trama con il primo numero della vostra serie?
GS:
Passo …
SV: Vado a procurarmi quel libro ora… mai sentito prima.
RB: come dicevo prima… None.
GO: Fu mio padre, lettore di fantascienza, che qualche tempo dopo l’uscita di Hammer, mi parlò di questo romanzo e me lo prestò. Non c’è dubbio che ci sono alcuni punti in comune, anche se le storie sono completamente diverse. Questo non fa che confermare la mia idea di come un retroterra culturale comune possa portare le menti creative a idee simili.
RM: No.

Intervista al Gruppo Hammer: giovani autori per la fantascienza a fumetti degli anni ‘90 - 10
Tavola da Hammer #0 – versione rivista e riletterata per la ristampa

Com’è nata l’idea per questa ristampa di Hammer a vent’anni dalla serie originale? Da quanto tempo ci state lavorando e quali saranno le novità?
GS:
Io e Fabrizio Savorani della Mondadori Comics abbiamo un amico in comune, un ex collega di Savorani. Durante lo scorso Lucca Comics ci siamo incontrati, e, senza preamboli, Fabrizio mi ha espresso il loro interessamento per Hammer, a ridosso del ventesimo anniversario. Da lì, sono stati mesi febbrili!
GO: Per le novità: per adesso… no comment :).

Per quanto la serie originale sarà una novità per molti giovani lettori di fumetti che negli anni ’90 ancora non c’erano, potrebbe esserci un futuro di avventure inedite per i protagonisti di Hammer?
GS:
Credo che sia noi sia l’editore aspetteremo di vedere se piace, se ha ancora appeal, insomma … se vende. Il “poi” è tutto da decidere, ma anche un sogno che sentiamo premere!
SV: Le vendite faranno, come sempre, la differenza, ma anche i nostri impegni… in effetti, siamo tutti molto presi con altri lavori… vedremo.
RB: Credo che tutto dipenda dalla possibilità da parte nostra di lavorare su un eventuale sequel nelle migliori condizioni auspicabili.
MR: Da creativi, l’idea di fare qualcosa di nuovo c’è sempre.

Grazie, ragazzi! E in bocca al lupo per questa “vecchia” nuova avventura!

Intervista realizzata via e-mail e conclusa il 03/07/2014

Intervista al Gruppo Hammer: giovani autori per la fantascienza a fumetti degli anni ‘90 - 111
Il Gruppo Hammer in un disegno di gruppo realizzato da Gigi Simeoni nel 1994

 

Leggi gli altri pezzi dello Speciale Hammer:

 

4 Commenti

4 Comments

  1. GiovanniMarchese

    24 luglio 2014 a 12:41

    E se qualche editore vi proponesse di ristampare Full Moon Project?

    • David Padovani

      David Padovani

      30 luglio 2014 a 11:38

      Ciao Giovanni, gireremo sicuramente la tua proposta ai ragazzi del gruppo Hammer, perché sarebbe bello avere una nuova edizione anche di Full Moon Project!

  2. andrea

    16 luglio 2014 a 14:42

    ma il primo numero “doppia fuga” conterrà anche il numero zero? o questo non verrà ristampato? intervista molto interessante, comunque.

    • David Padovani

      David Padovani

      30 luglio 2014 a 11:36

      Sì Andrea, il primo numero della ristampa contiene anche il numero zero, così come il numero “Gattordici”, albo fuori serie uscito in 500 copie per le Cronache di Topolinia, sarà ristampato nell’esatta collocazione cronologica dell’avventura che conteneva.

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