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Jacovitti: diario Vitt – I Classici di Repubblica Serie Oro #20 – 6,90euro

“C’e’ stato un periodo nella storia d’Italia, soprattutto quello degli anni Sessanta, in cui il mondo studentesco si divideva in due: quelli che avevano il Diario Vitt e quelli che non l’avevano. I primi erano la maggioranza.” Comincia così l’introduzione di al volume che Repubblica ha dedicato al grande , assemblando il materiale tratto dai quei fenomenali diari scolastici che hanno allietato tante lezioni ai giovani studenti dagli anni cinquanta al 1980. Io che i settanta li ho vissuti dietro i banchi di scuola invidiavo amaramente i miei compagni di classe (veramente la maggioranza) muniti di quell’incredibile, grottesco e sfrenato diario che mi era negato, in quanto era naturale per i miei genitori pensare e sostenere che i salami, le lische e le gag interminabili stonassero con la serietà scolastica. O almeno questa era la critica che genitori come i miei riservavano al diario in questione; critica ovviamente ammantata d’ingenuo e forzato perbenismo. La cosa buffa è che mio padre e mia madre (classe operaia doc) elaboravano quest’atteggiamento da presupposti perlopiù cattolici e conformisti, giudicando le vignette di Benito Jacovitti troppo violente ed esagerate e poco adatte alla mia tenera eta’, non immaginando nemmeno lontanamente che l’editore di tal opera era cattolicissimo, e che non per niente prendeva il nome di AVE. Non che in casa mia si pensasse che i fumetti fossero dannosi, ed infatti ero già stato iniziato con , con Topolino, Braccio di ferro e quant’altro all’epoca si trovava in edicola. Cio’ non toglie che fossi attratto morbosamente da quelle linee perfettamente tondeggianti, dai pesci volanti, dalle ossa che spuntavano qua e là nelle vignette, da un mondo assurdo per me proibito. Insomma, tutta questa manfrina per dire che aspettavo con ansia l’uscita di questo volume, e che, forse per un senso di rivalsa a stento trattenuta, me lo sono divorato avidamente. Cosa dire di non banale su Jacovitti e del suo lavoro? Prima di tutto che pare singolare che questi lavori comparvero su una pubblicazione di derivazione cattolica, visto che, se anche divertita e scanzonata, la violenza non viene lesinata in queste vignette. Certo, come dice il buon Raffaelli, mancano i due elementi fondamentali per un rigurgito censorio: il sangue e il sesso. Vero, ma credo che se il Diario Vitt fosse uscito in questi anni lo stesso ambiente avrebbe potuto avere un atteggiamento diverso in riguardo, visto l’aria un po’ più bigotta che stiamo respirando ultimamente. O probabilmente non sarebbe potuto neanche esistere un prodotto del genere edito da una casa editrice di tale aspirazione. Azzeccatissima, non a caso, la definizione che Jacovitti dava di se stesso: estremista di centro, quasi a rimarcare la sua matrice culturale, ma nel contempo a sottolineare l’estraneità al conformismo e al perbenismo. La seconda cosa che mi viene in mente è un luogo comune: autori così bravi e universalmente riconosciuti non ne esistono più. Non voglio sembrare nostalgico, ma bisogna riconoscere che anche in questo il nostro paese è profondamente cambiato, se non riesce a sfornare autori che possano crescere ed uscire dalla stretta cerchia degli appassionati. Esiste qualcuno oggi che possa entrare nell’immaginario collettivo d’intere generazioni attraverso un diario scolastico? Esistono autori capaci di ammaliare la maggior parte dei ragazzi partendo da presupposti comici, umoristici, caricaturali? Se rispondete l’ottimo Rat-man probabilmente non avete ben in mente cos’ha rappresentato Jacovitti per quei miei coetani che hanno smesso subito dopo la scuola di leggere fumetti o addirittura all’epoca non ne leggevano affatto. Il fascino dei personaggi di Jac stava all’interno di una sfrenata girandola di situazioni assurde, surreali, metalinguistiche e metafummettistiche, in giocosi ed intelligenti inseguimenti infiniti, in una trasgressione continua e ruspante della canonica, corrente e riconosciuta forma di fumetto. Ed era questo che probabilmente spaventava alcuni genitori un po’ troppo apprensivi, ma che affascinava chi, all’interno di ambienti troppo seriosi e noiosi, cercava un’uscita di sicurezza, una bombola d’ossigeno (Alberto Casiraghi).

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