Approfondimenti

Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90

 

Il palcoscenico fantascientifico letterario e a fumetti negli anni ‘90

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Copertina di #1

All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso la fantascienza, in ambito fumettistico italiano, non poteva certo considerarsi un genere ampiamente rappresentato. L’unica serie presente, che aveva esordito il 18 giugno 1991 in edicola, era , edita dalla Sergio Bonelli Editore e creata dalle menti del trio di autori sardi Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna, coadiuvati a livello grafico da Claudio Castellini.
Per dirla tutta, l’agente Alfa bonelliano poteva essere definito, per molti versi, il primo personaggio a fumetti creato nel nostro paese a muoversi in ambito fantascientifico; strano a dirsi, visto il consistente numero di appassionati italiani al genere letterario sf, che aveva generato, sin dall’inizio degli anni ’50, pubblicazioni del calibro di Urania (1952), Galaxy (1958) e Robot (1976).
Qualcuno potrebbe obiettare che anche il Ranxerox di Stefano Tamburini, Andrea Pazienza e Tanino Liberatore, del 1978, dovrebbe essere considerato un personaggio a fumetti che si muove in un ambito fantascientifico. Vero, anche se la fantascienza, in quel caso, era una delle componenti dell’opera, ma non certo la più importante o la principale (1) .

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Urania #1189 – Ai due lati del muro

In campo letterario e, di riflesso, cinematografico, il genere fantascientifico viveva, in quel periodo, l’onda lunga del successo della corrente cyberpunk, nata agli inizi degli anni ’80 per mano di autori quali William Gibson e Bruce Sterling.
Il cyberpunk aveva introdotto nel campo della fantascienza tematiche tecnologiche innovative, che proprio in quello stralcio finale di XX secolo si affacciavano sul palcoscenico del mondo reale: i personal computer, la realtà virtuale, la rete e l’information technology.
In Italia l’onda cyberpunk era stata sfruttata con successo dallo scrittore Francesco Grasso, vincitore del Premio Urania 1992 con il romanzo Ai due lati del muro, pubblicato nel numero 1189 dell’omonima collana Mondadori. La trama: un uomo, senza nessuna ragione o spiegazione, si ritrova rinchiuso nella prigione più sicura mai costruita al mondo; la sua unica speranza di libertà è l’evasione. Ma la realtà, al di là delle mura del carcere, non è quel che sembra.
È questo un dettaglio del libro molto importante, sul quale in seguito torneremo.

Una nuova fantascienza a fumetti

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Copertina di #1

Nathan Never aveva fatto, in un certo senso, da apripista nel fumetto, visto che a ruota, nel 1992, la casa editrice aveva dato alle stampe il bonellide Lazarus Ledd, opera dello scrittore Ade Capone, che molto da vicino riprendeva le atmosfere presenti nelle storie dell’agente Alfa.
Sempre Giovanni Bovini, patron della casa editrice perugina, decise di cavalcare il successo che la serie Bonelli stava riscuotendo in quei primi anni di vita e mise in cantiere quella che, all’inizio, sarebbe dovuta essere una miniserie fantascientifica in quattro numeri.
L’editore ne affidò la creazione a un gruppo di giovani autori bresciani, ai quali affiancò altri disegnatori provenienti dallo staff di : Riccardo Borsoni, Marco Febbrari, Giancarlo Olivares, Mario Rossi (Majo), e . Era nato il gruppo .

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Copertina di Fullmoon Project #2

A parte Borsoni, gli altri elementi del gruppo avevano dato vita, insieme a Davide Longoni e Fabio Pezzi, alla miniserie in sette parti Fullmoon Project, edita tra il 1991 e il 1992 dalla casa editrice milanese Eden – Center TV. Le storie erano di genere horror-fantasy, innestate su un impianto poliziesco che proponeva, con circa due anni di anticipo, la formula resa famosa da Chris Carter con il serial televisivo X-Files.
Fullmoon Project s’interruppe inaspettatamente alla settima uscita, ma il gruppo di autori dimostrò sin da quel progetto una capacità che poi sarebbe tornata utile nella loro esperienza professionale: quella di riuscire a modificare, in corsa, l’intreccio narrativo per creare un finale drammatico alla serie, che però lasciasse aperte le porte a un’eventuale futura ripresa.

Quando iniziò dunque a lavorare alla miniserie fantascientifica per la il gruppo di autori era già affiatato: i componenti si conoscevano e i meccanismi di lavoro comune erano ben oliati.
Il loro obiettivo fu da subito quello di pensare a , questo il titolo della testata, come a un prodotto anticonvenzionale, che avrebbe dovuto spiazzare i lettori e porsi, in un certo senso, in antitesi al il tipo di fantascienza che si stava sviluppando su Nathan Never.
Il gruppo aveva dalla sua la massima libertà concessa dalla casa editrice e, quindi, il controllo fin nei minimi dettagli di tutto il progetto, dal punto di vista narrativo come anche da quello grafico.

La serie

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Copertina di Hammer #0

Hammer fece il suo esordio con uno speciale numero zero in occasione della Mostra di Lucca dell’ottobre 1994. L’albo conteneva una storia di ventitre pagine, scritta da Riccardo Borsoni e Giancarlo Olivares e disegnata dallo stesso Olivares, che fungeva da prologo alla serie e presentava uno dei suoi protagonisti, l’hacker Helena Svensson.
Il debutto ufficiale della serie avvenne nel giugno 1995 con l’albo intitolato Doppia Fuga, sceneggiato da Marco Febbrari e Majo con disegni di quest’ultimo. Lo scenario nel quale era ambientata la storia era quello della fine del terzo millennio, in un Sistema Solare in fase di decadenza sociale, completamente colonizzato dalla razza umana, all’interno del quale si muovevano personaggi quali hacker, avventurieri e mercenari.
In seguito ai fatti narrati nel numero zero, Helena Svensson si trovava nel carcere orbitale di massima sicurezza Lazareth, condannata a venti anni di reclusione. Qua, insieme a due compagni di prigionia, il pilota Swan Barese e il fuorilegge John Colter, organizzava un’evasione. I tre scappavano a bordo del cargo da trasporto interspaziale Hammer, in un viaggio senza destinazione attraverso il sistema solare, tallonati dalla Flotta Aerospaziale.
Hammer riscosse da subito la fiducia e la fedeltà di uno zoccolo duro di lettori, sicuramente non di primo pelo nelle letture di romanzi di fantascienza, senza però riuscire a realizzare vendite soddisfacenti. Come conseguenza la Star Comics valutò prima un taglio dei costi per continuare la pubblicazione della testata e poi ne decretò la chiusura. La serie si concluse esattamente un anno dopo il suo esordio, nel giugno 1996, con il tredicesimo numero intitolato L’ultimo sogno , sceneggiato da e Giancarlo Olivares con alla parte grafica quest’ultimo insieme a Andrea Mutti, Majo e (2) .
Come già era avvenuto per Fullmoon Project, l’abilità del gruppo Hammer fu quella, quando venne decretata la fine della testata, di modificare in corsa gli sviluppi narrativi della storia, chiudendo in maniera logica le trame aperte nel corso della pubblicazione.

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Particolare della tavola iniziale di Hammer #1 di Majo

L’esperimento Hammer

Gli elementi innovativi introdotti dal gruppo Hammer nella loro serie furono molti e gli autori, giustamente, si concentrarono nello sforzo di rendere la testata una valida alternativa a Nathan Never, evitando di copiarne pedissequamente toni e atmosfere e anzi anticipando alcuni filoni narrativi che la serie di casa Bonelli avrebbe sviluppato solo negli anni a venire (guarda caso quando alcuni dei creatori di Hammer approdarono alla scrittura delle storie dell’agente Alfa).
Partendo proprio da quest’ultimo aspetto, l’impianto narrativo di Hammer era strutturato come una space opera, caratterizzata da avventure e viaggi interstellari, là dove le avventure dei primi anni di pubblicazioni nathanneveriane erano contraddistinte da una fantascienza urbana, che ricordava da vicino le atmosfere della pellicola Blade Runner.

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Tavola di apertura di Hammer #2 di Giancarlo Olivares

Per restare in campo fantascientifico e azzardare un paragone, Hammer sta a Nathan Never come le atmosfere di Cronache della galassia  stanno a quelle di Abissi d’acciaio (3) .
La serie della Star Comics già nel titolo voleva differenziarsi dalla serie bonelliana: Hammer non era il nome del protagonista della serie, bensì del cargo interstellare che trasportava i personaggi principali attraverso lo spazio. La testata non poteva essere battezzata come il suo protagonista, proprio perché i personaggi a capo della serie erano tre, tutti di valore narrativo paritetico.
Altra differenza fondamentale risiedeva nella caratterizzazione dei tre protagonisti. Mentre Nathan per molti versi è sempre stato un eroe, seppur più travagliato e umano di altri suoi compagni di scuderia editoriale, Helena, Swan e John erano, a tutti gli effetti, degli anti-eroi, esseri umani pieni di difetti quanto di virtù, con una moralità “scivolosa” e atteggiamenti talvolta eticamente discutibili, dotati di un gergo duro e volgare, per questo realistico.
Queste sfaccettature caratteriali li rendevano però figure assolutamente dinamiche, mai stereotipate, e gli autori sono stati capaci di un attento approfondimento psicologico, fondamentale per dare giustificazione e spiegazione al comportamento dei personaggi.
Il genere di fantascienza cyberpunk e il futuro da essa generata che sono lo sfondo sul quale si muovevano le azioni dei protagonisti erano un altro elemento differenziante rispetto a Nathan Never. Gli scenari di Hammer erano violenti, a tratti caotici, certamente cupi e disillusi. Grazie all’ironia generata a volte dalla caratterizzazione dei personaggi, questi tratti oscuri dello scenario venivano però mitigati e resi “più digeribili” al lettore.
In conclusione, poi, nella serie era presente una forte continuity interna, caratterizzata da uno scorrere del tempo realistico per i personaggi: prova ne sia i capelli di Helena che, tagliati corti al suo ingresso in carcere, durante la serie ricrescevano e  questo fatto è evidenziato finanche nelle copertine dei vari albi.

Ai due lati del muro: Hammer e Matrix

Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90 - Matrix
Locandina di Matrix

Se ricordate, nel primo paragrafo di quest’articolo si è parlato di Ai due lati del muro, romanzo cyberpunk dell’italiano Francesco Grasso. Parte della trama del numero di esordio di Hammer deve molto a quel libro che, probabilmente, faceva parte del bagaglio di letture degli autori. Allo stesso tempo però, l’immensa simulazione virtuale nella quale sono immersi i protagonisti di Hammer anticipa, di ben quattro anni, buona parte dei fondamenti narrativi sui quali si sarebbe basato Matrix, pellicola di successo diventata un cult tra gli appassionati di fantascienza (e a sua volta debitrice delle opere di un altro grande scrittore quale Philip K. Dick).
Interpellato a tal proposito, in un’intervista di qualche anno fa Gigi Simeoni ha detto:
Molte cose si somigliano, in effetti. Quando Matrix è apparso nei cinema, i nostri fans hanno avuto un senso di deja vu, e anche noi. All’epoca eravamo convinti che ci avessero scopiazzati, eravamo giovani e irruenti.
Oggi, a quarant’anni d’età e quasi venti di professione, direi che è stato un caso. E se ci hanno copiato, ciò non fa altro che confermare la forza delle nostre idee, no? Comunque eravamo abituati ai plagi: il nostro Fullmoon Project anticipava di qualche anno la serie di X – Files…

Tanto pregi quanto difetti

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Copertina di Hammer #14 (albo fuoriserie)

Paradossalmente quelle che potevano essere considerati i tratti distintivi e peculiari della serie, da un punto di vista narrativo quanto da un punto di vista d’ispirazione, furono anche quelli che, in certa misura, portarono alla prematura scomparsa di Hammer.
È indubbio che gli autori conoscessero approfonditamente le tematiche principali del genere cyberpunk e che, con coerenza e precisione, siano riusciti a mutuarle nelle varie storie. Tuttavia, proprio per questo motivo, la serie sembrava volersi rivolgere a una nicchia formata da lettori che fossero appassionati del cyberpunk letterario e ne conoscessero già i contenuti, tutt’altro che “leggeri” e anzi densi di visioni e osservazioni critiche sulla società loro contemporanea.
Tutta queste difficoltà, laddove invece Nathan Never viveva avventure più semplici, più immediate, più lineari, dove la fantascienza era un “vestito” per delle storie di pura avventura.
Alla luce di questo, riproporre Hammer oggi acquista un senso. Il fumetto è cresciuto in questi venti anni, è maturato e anche quei lettori che al tempo non apprezzarono e abbandonarono la serie, potrebbero oggi avere tutti gli strumenti per rivalutarla e apprezzarla.
I più giovani avranno l’occasione di scoprire una serie ricca di suggestioni e spunti, che riusciva a coniugare azione e visione critica su tematiche scomode, e riflettere su che cosa abbia soffocato il suo successo.

 

Leggi gli altri pezzi dello Speciale Hammer:

 


Note:
  1. Per completezza è giusto dire che negli anni ’70, sulla rivista Bliz, apparve una serie di tema fantascientifico, Selusi, creata dai fratelli Antonino e Agrippino Musso 

  2. Piccola curiosità. Esiste anche un numero quattordici fuori serie, intitolato Gattordici, La macchina dei sogni, e pubblicato in 500 copie nel marzo 2001 da Le Cronache di Topolinia. La storia al suo interno si inserisce temporalmente tra l’ottavo e il decimo numero della serie regolare. 

  3. Entrambi romanzi di Isaac Asimov, il primo, del 1951, tassello iniziale della Trilogia della Fondazione e il secondo, del 1954, facente parte del Ciclo dei robot 

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