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Martin MystE’re: Il colore del mistero – I Classici di Repubblica Serie Oro #16 – 6,90euro

Curiosa la scelta di accomunare i numeri 100 e 200 di Martin Mystere, che notoriamente sfruttarono la caratteristica di essere a colori per parlare dei misteri del colore, al primo speciale del personaggio uscito quando ancora non esistevano gli “speciali”. Curioso non solo perché quest’ultima storia non parla di colori, ma anche perché effettivamente la si ricorda come una delle più sconclusionate (ma anche una delle più divertenti) avventure del personaggio. Come abbiamo detto, fedele alla sua linea, si avvalse della possibilità di utilizzare il colore indagando sulle sue curiosità e sui suoi misteri. Fa anche un certo effetto sentire che Mystere avesse difficoltà nel capire come funzionavano i colori CMYK ed RGB sul suo Mac, quando oggi sono quasi all’ordine del giorno. Il fatto, poi, che nella stessa storia, un personaggio chiami la quadricromia CMYK e un altro AMGN è indicativo su quanto ancora all’epoca dell’uscita della storia (1990) le cose fossero confuse. Lo denota anche il fatto che lo stesso personaggio, un fotolitista, arrivi a pensare di utilizzare un colore Pantone in un catalogo altrimenti interamente stampato in quadricromia; viene da chiedersi che prezzo avrebbe avuto una copia. Salvo pero’, nella pagina seguente, assistere ad una spiegazione magnifica – in sole otto vignette – dei meccanismi della stampa in quadricromia, così funzionale come da nessuna altra parte abbiamo mai trovato. L’abbinamento particolare di queste tre storie, tra l’altro, ci da occasione di denotare la trasformazione stilistica di : se in partenza egli aveva un taglio decisamente caratterizzato da bianchi e neri netti e contrastanti (ma non per questo privi di volume, anzi) con una linea a volte sommariamente grossolana, non si può fare a meno di notare che la seconda storia (realizzata all’incirca a sei/sette anni di distanza) è fortemente priva di quei chiaroscuri e di quei retini “manuali” che l’autore utilizzava in precedenza. Il segno si è assottigliato, e i tratti si sono fatti decisamente più morbidi, tanto da avere, alla fine, la sensazione di vedere che disegna una storia di Topolino. I lettori adorarono questo passaggio ad una linea chiara del tutto personale, così fortemente carismatica. Ma arriviamo al terzo cambiamento, quello sul quale si è parlato di meno, ma che è eppure così fortemente evidente: nella terza storia, nella parte realizzata da Alessandrini, diventa quasi impossibile ritrovare la mandibola squadrata e gli zigomi sporgenti del personaggio, tanto il segno del disegnatore si è nuovamente addolcito. Decisamente, le campiture nere quasi non esistono più, e poche, decisive linee determinano un intero mondo di sensazioni e sfumature. Non si può, del resto, fare a meno di notare che tutti questi cambiamenti sono stati compiuti mano a mano che l’autore, Alfredo Castelli, tentava di trasportare il personaggio sempre più sul piano reale dell’esistenza, con la progressiva sparizione di quelle caratteristiche che ne facevano una sorta di supereroe, trasformandolo di fatto in quello che lui stesso avrebbe – forse – voluto essere: un personaggio a fumetti che, per tutto l’arco della sua esistenza, è stato splendido, divertente e culturalmente interessante allo stesso tempo (Fabio Postini).

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