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La “Ferriera” di Pia Valentinis, tra la memoria e le storie

La "Ferriera" di Pia Valentinis, tra la memoria e le storie  - cover_ferreriraTrovarsi di fronte a opere profondamente personali – lì dove essere personali vuol dire che l’autore stesso è parte della narrazione – e cercare di capirle a pieno è sempre ostico, perché il transfert che si genera tra autore – fumetto – lettore è talmente vasto da generare facilmente fraintendimenti, rendendo ardua la reale comprensione dello scritto.
È ancora più arduo cercare di analizzare le varie anime che compongono Ferriera: perché, nonostante esse siano ben evidenti nella narrazione, sono ottimamente tra loro mischiate: il tema del lavoro, diventa infatti motivo per raccontare la propria famiglia e di conseguenza un’intera generazione. Come un gioco di scatole cinesi.
Appare evidente – e sarà la stessa autrice a rivelarcelo – come questa storia sia nata dall’esigenza del raccontare. E la dote di Pia Valentinis di veder storie ovunque trova qui ampia gratificazione.

Il tema del lavoro

Vien da chiedersi come mai in un fumetto che ne parla sin dal titolo, le scene ambientate in fabbrica non siano così tante e arrivino anche sostanzialmente tardi.
In realtà la scelta appare davvero azzeccata. L’ottima caratterizzazione del padre, che rappresenta nei fatti la lente sul mondo del lavoro e della fabbrica in particolare, permette di capire meglio e di rapportarsi adeguatamente a quella che è la realtà dell’epoca. Scene come quella dello sciopero non avrebbero avuto lo stesso impatto emotivo se non avessero avuto un focus sugli aspetti più spiccatamente familiari dei lavoratori.
Viene messo in evidenza come gli operari si sentano profondamente qualificati in ciò che fanno, come veri e propri artigiani della nuova era (industriale); emerge una profonda dignità e attaccamento al loro lavoro, che difficilmente cambierebbero con un altro.
Ci viene raccontato che spesso I primi contatti con il lavoro erano prematuri, drammatici, con frequenti incidenti, spesso mortali. Nonostante il tema non sia trattato in maniera così approfondita, emerge un quadro emotivamente molto forte, tanto che ci si trova a fare il tifo per quella classe di operai che per la prima volta sciopera per migliorare le condizioni di lavoro, anche a costo di perdere una parte ingente del proprio stipendio, e fa i conti con i problemi della sicurezza, con la difficoltà di occupazione e di povertà che ieri come oggi affligge il nostro paese.

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La figura paterna e la famiglia

La figura centrale del papà è il punto di raccordo fondamentale – come accade anche per altri autori, quali ad esempio Gipi o Reviati – con l’altro grande tema che è quello della famiglia. La figura austera o il rapporto complicato con cui si apre il fumetto sembrano in antitesi con i sentimenti profondamente devoti e fieri che lascia trasparire il testo. È amorevole nella ricostruzione del carattere e nella profonda descrizione sinestetica della sua figura con cui ci viene introdotta.
L’autrice ricorda tutto, ma ha dimenticato la voce del padre. Ed è proprio per questo che diventa legittimo, da parte del lettore, immaginare o meglio, raccogliere dalla propria memoria, un suono a lui familiare per dar voce ai racconti del padre della Valentinis.
Chi è già adulto guarda nuovamente all’epoca della fanciullezza o dell’adolescenza senza tutti i conflitti generazionali che ci sono, ma al contrario riconosce profondo attaccamento ed affetto. Affetto che è anche palese nella narrazione dei fatti accaduti prima della nascita dell’autrice, come ad esempio quando parla del primo incontro e dell’innamoramento dei genitori. Nonostante il testo appaia sempre distaccato e per nulla enfatico – i genitori sono sempre chiamati infatti per nome – il forte coinvolgimento dell’autrice nella storia è palese.

La memoria come strumento

Sia chiaro, la storia è quella della famiglia dell’autrice, con i suoi accadimenti e sviluppi – per quanto probabilmente romanzati – , eppure stranamente si scopre essere molto vicina ai racconti dei i propri genitori o dei propri nonni varcando così la soglia del racconto strettamente privato ed entrando nella sfera propria di ciascuno di noi.
Lampante quindi che il problema dell’immedesimazione, del disagio che si potrebbe provare a leggere una storia intima, viene spazzato via immediatamente. Quasi non ci si sentisse in colpa ad entrare nel privato dell’autrice, a cercare di capire i rapporti familiari che si instaurano. L’esigenza di raccontare si intreccia con il desiderio di ricordare quelle che sono le origini. Parlare dei viaggi di fortuna per cercare lavoro, degli amori lontani, delle “strane” tradizioni della gente dell’epoca – il tutto trattato con straordinaria leggerezza e una spiccata vena di ironia – diventa di fatto motivo di coinvolgimento per il lettore.
Anche il tema del lavoro diventa, mediante l’esercizio della memoria, momento di ulteriore riflessione: il ricordare quel periodo fertile e di ripresa per l’economia italiana avvenuto attraverso una progressiva industrializzazione portata avanti da persone comuni, determinate nonostante I vari lutti che si verificavano sul posto di lavoro, si contrappone all’economia di consumo fatta di centri commerciali e spersonalizzazione.
È emblematico che questi vengano solo fatti vedere da lontano, come se oltre a celarli agli occhi del padre, la Valentinis li celasse anche a noi.

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L’esigenza della scrittura

Vedi storie dappertutto

sentenzia il padre in una vignetta finale.

Non posso farne a meno.

risponde serafica la Valentinis.

L’esigenza intima di raccontare questa storia, che abbraccia vari temi – nella miglior tradizione del fumetto d’autore autobiografico – è lampante anche nella costruzione delle tavole, che libere da gabbia e da schemi prefissati fanno sì che il lettore si possa perdere nei particolari del disegno, scavando ancora più a fondo alla ricerca di elementi che possano portare alla luce scaglioni della propria memoria. I testi sono assolutamente asserviti alla storia e i pochi dialoghi lasciano spesso il campo ad un narratore “esterno”, quasi onnisciente, che sentenzia fieramente sulla storia e sulle situazioni e su come tutto ciò si è concluso. Il rischio che ogni tanto si corre è quello di dar vita ad un qualcosa di non organico, o peggio ancora abbozzato; un qualcosa che possa disorientare il lettore. Benché non sia del tutto esente da questo, Ferriera supera brillantemente questo limite semplicemente facendo leva sulla memoria storica collettiva dell’Italia del dopoguerra, che permette di colmare i piccoli sbalzi narrativi che ci sono tra le vicende.

Conclusioni

Ferriera è un’ottima opera prima. È profondamente commovente nel suo modo semplice di raccontare il vissuto. Uno spaccato dell’Italia che restituisce con fierezza una finestra sulla figura degli operai, troppo spesso ultimamente sviliti e bistrattati.

È forse un grido d’orgoglio e un giusto tributo a chi ha costruito l’ossatura dell’Italia, in un momento in cui sarebbe il caso di rimettere tutto in moto. Ecco che in questa accezione Ferriera è un fumetto profondamente sociale, nel quale la voce toccante dell’autrice può diventare la voce di tutti.

Abbiamo parlato di:
Ferriera
Pia Valentinis
– Fandango – Aprile 2014
120 pagine, brossurato, bianco e nero – 15.50 €
ISBN: 9788876182570

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