Interviste

Esternare arte: intervista a Gipi (prima parte)

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Esternare arte: intervista a Gipi (prima parte) - immagine1-1456Se leggere le sue storie è un esperienza alquanto unica in questi tempi frettolosi e superficiali, parlare (o dialogare, in questo caso, via e-mail) con (nome d’arte di Gianni Pacinotti, nato a Pisa nel 1963) si è rivelata un’ occasione da non perdere per il sottoscritto.
Temendo, come da leggenda, e come piace all’autore auto schernirsi, di trovarmi di fronte ad un personaggio difficile, complesso e alquanto schivo, ho invece avuto la piacevole sorpresa di conoscere una persona complessa si’, ma sincera, schietta e vulcanica nello scaraventarmi indietro un torrente in piena di risposte, mai banali, sempre interessanti.
Per questo mondo di presunte star, è tutt’altro che poco. 
Il suo blog è giannigipi.blogspot.it

Tanto per cominciare, ci puoi raccontare come sei arrivato a fare fumetti e qual è stato la tua formazione scolastica?
A scuola si può essere fortunati ed incontrare almeno un insegnante che riesca a trasmetterti una possibile visione del mondo, o essere sfortunati e ritrovarsi “educati” da una sequela di burocrati senza passione.
Inutile dire che nel mio caso la strada è stata la seconda. Ho frequentato con dolore il Liceo Artistico di Lucca, per cinque anni. Ho terminato il corso con il voto di maturità più basso dell’istituto: 37. Negli anni del liceo sono arrivato a detestare il disegno e non ho trascorso un solo giorno senza maledire i miei insegnanti. Ci pensavo in questi giorni: i miei professori di disegno dal vero e di “ornato” non li ho mai visti disegnare. Ricordo che il professore di figura fumava e leggeva il giornale. Non li ho mai visti con una matita in mano. Diciamo che sono stato sfortunato, perché ero a conoscenza che in altre classi c’erano buoni insegnanti (almeno uno, so per certo che esisteva).
Adesso vorrei fare i nomi dei miei non-insegnanti, ma non ne ricordo nessuno. Strano, vero?
In seguito ho frequentato alcuni corsi privati, in Italia e in Spagna. A Barcellona ho frequentato una scuola di disegno dal vero (il circolo degli artisti di Barcellona) dove sono stato bene. C’erano pittori di tutte le età che lavoravamo con la modella, in una grande sala fatta a conca, con un palchetto sul fondo e tanti scranni dove lavorare sulle gradinate intorno. Ricordo che mi piacevano i pittori anziani. Li guardavo lavorare con pochissimi tratti, lentamente. Ne ero affascinato, ma non riuscivo ad imitarli. Infatti, riempivo fogli con mille linee nervose e imprecise.
Poi ho lavorato da solo. Per anni sono stato pervaso da una specie di febbre infantile: volevo imparare ogni tecnica. Volevo diventare “bravo” e imparare a dominare ogni forma, ritrarre ed immaginare la figura umana in ogni prospettiva. Sognavo di riuscire un giorno a lavorare con i disegni e credevo che raggiungere il massimo livello tecnico fosse l’unica via. Da qualche anno invece penso che cio’ fosse un errore. Infatti disegnavo solo cazzate: draghi, guerrieri, maghi. Stavo fuori dal mondo e nel contempo mi sentivo pure tanto furbo.
Poi qualcosa è cambiato e ho cominciato a vedere le cose intorno a me. Descrivere come questo è accaduto è un discorso lungo, ma da allora ho l’impressione che tutto sia diverso. Probabilmente è cambiata la mia percezione, e di certo sono mutate le esigenze del racconto. La tecnica si è adeguata, rinunciando a gran parte delle ” figate di forma” sulle quali avevo tanto lavorato negli anni passati.

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Dalle vignette sui settimanali di satira e le storie apparse su Blue, oggi con Esterno notte ti ridefinisci come autore inserito nel panorama editoriale italiano. Com’e’ avvenuta questa trasformazione, o meglio, era un percorso che in qualche modo ti prefiguravi, come ambizione e speranza, o le circostanze lavorative, e in particolare l’approdo alla Coconino, hanno determinato il tuo percorso artistico ?
Sono un autore inserito nel panorama editoriale italiano? Non ne sarei tanto sicuro. Credo che pochi lettori conoscano il mio lavoro, so che c’e’ una cerchia ristretta che ha piacere nel leggere le mie storie, ma al di là di cio’ credo di essere abbastanza sconosciuto. Forse la colpa è del nome: , che fa oggettivamente cagare. Credo che manchi di capacità di penetrazione.
In Esterno notte ho lavorato in liberta’.Non solo in una condizione di libertà lasciatami da Igort e dalla Coconino, ma in una condizione di libertà da me stesso.
Cerco di spiegarmi senza fare troppo il filosofo: Blue era un giornale erotico e questo condizionava, anche involontariamente, le storie che disegnavo. Ora, dovete sapere che in me l’erotismo non alberga, almeno non nel disegno. Forse neppure nella vita reale; dovrei chiedere alla mia ragazza. Non me ne importa proprio un cazzo dell’erotismo; non mi viene da disegnare un soggetto “erotico” e non so neppure cosa significhi la frase. Spero di essermi spiegato. Ma il fatto che Blue fosse un giornale erotico mi condizionava. Così le storie prendevano vie storte e morbose che ora aborro sinceramente.
Invece in Esterno notte credo di aver tirato fuori quello che mi piace davvero. Le cose che preferisco. My favourite things, direbbe John Coltrane.
Per quanto riguarda la satira, credo che nelle mie storie ci sia ancora, solo che non la si trovi sotto forma di battuta, per far scaturire una risata. Personalmente non ho molta fiducia nella satira “tradizionale”; credo che sia inefficace (salvo casi rarissimi, ed esistenti in un passato che era mediaticamente molto diverso) e che sia troppo spesso autogratificante. Credo nello stesso tempo di aver mantenuto una certa partecipazione alle cose del mondo. Questo è come io concepisco la satira nel mio lavoro.
Igort e la Coconino mi hanno dato la forza e l’aiuto necessario per portare a termine Effetto notte. Igort, pazientemente, con una infinità di lettere, mi riportava su il morale quando mi prendevano delle crisi di sconforto, visto che non avevo nessuna fiducia in quello che stavo facendo, come sempre. Lui è stato davvero importante. Un bravo editore davvero. Mi ripeteva che con l’uscita del libro le cose sarebbero cambiate. Io non ci credevo ma avevo fiducia in questi consigli. Alla fine ha avuto ragione.

Come già accennato nella mia recensione di Esterno notte, racconti spesso in prima persona, anche se il tuo punto di vista sembra distaccato, distante, quasi guardassi da dietro un vetro che deforma il tempo e la memoria. Cio’ nonostante, la voce che esce dalla narrazione mi pare tutt’altro che fredda. Sei d’accordo? E se si’, è una scelta narrativa e artistica consapevole o istintiva?
Come si può non essere distaccati raccontando qualcosa che è avvenuto nel passato?
Per quanto mi riguarda, alla fine di questa intervista non saro’ la stessa persona che ero all’inizio. Tutto cambia. La visione del mondo cambia, la percezione cambia, la forma fisica, la salute, i gusti, gli amori. Per me il racconto delle cose passate, anche se autobiografiche, coincide con un distaccamento. Racconto le vicende di un altro; questa è la sensazione che ho. Se non fosse cosi’, se avessi anche solo per un attimo la sensazione di parlare di me, non scriverei una sola riga. Quando rivedo le vicende dei miei diciotto anni, non vedo me stesso, vedo una testa di minchia diciottenne che ha la convinzione di essere immortale, un ottuso, senza alcuna consapevolezza di se e contornato da altri personaggi simili. Vedo agire questi personaggi, ma non penso a me, non penso di essere io con i miei amici. Ora siamo tutti così diversi, irriconoscibili.
Io per esempio, adesso sono una testa di minchia quarantenne, con la convinzione di essere immortale, ottuso, senza alcuna consapevolezza di se e contornato di personaggi simili.

Tu usi spesso degli spunti autobiografici, tanto è vero che in Esterno notte riguardo alla storia Muttererde dichiari che Igort ti ha fatto notare di aver disegnato la tua prima storia di pura fiction. E’ difficile e impegnativo per te immaginarti di sana pianta le storie, oppure la ricerca e lo scavare nella tua intimità o nei tuo ricordi ha per te un valore particolare?
Non ha un valore particolare. Non è una scelta. E’ una cosa che succede. Anzi, che è successa. Quando ho disegnato la storia di Faccia è accaduta una cosa strana: non volevo disegnarla. Mi spiego: ho iniziato la prima tavola pensando all’attentato alle torri gemelle che era avvenuto da poco. Volevo scrivere di questo. Avevo tanta inquietudine addosso e volevo vedere se il disegno mi avrebbe fatto sentire meglio. Ma alla seconda tavola, Faccia (il personaggio che si è rubato la storia) ha cominciato a parlarmi nella testa. Gli ho dato retta ed “abbiamo” fatto la sua storia.Esternare arte: intervista a Gipi (prima parte) - immagine2-1456
Nelle storie di Esterno Notte non ho fatto matite. Solo in alcune vignette con scorci prospettici particolarmente ardui (nell’ultima storia, Muttererde). Ho dipinto direttamente ad olio, spesso accettando quello che accadeva nella prima stesura. Alcune storie (Faccia, Via degli oleandri) sono state scritte di getto, senza sceneggiatura. Volevo abbandonarmi, vedere cosa sarebbe venuto fuori se mi fossi limitato ad aprire i rubinetti del racconto, senza filtro, senza dovermi limitare per problemi di tecnica, di disegno, di soggetti, di proporzioni. Ero pronto a disegnare male, peggio, pur di raccontare con efficacia. Ricordo che disegnando Via degli Oleandri mi sono stupito e commosso per le cose che riemergevano. Ho ripescato nell’immaginazione luci e posti che credevo di aver completamente dimenticato. E’ stata una bella esperienza, una di quelle che mi fanno amare il disegno.
Detto questo, non ho difficoltà ad immaginare storie. Ho difficoltà a distaccarmi dall’intensità del reale. Questo si’. Vorrei avere una fantasia solida e che abbia almeno una parvenza di autonomia, nel senso che ho l’impressione di vivere in un mondo che spinge a stare via con la testa.
La fantasia è sopravvalutata, i ragazzi sono riempiti di occasioni per stare fuori dal mondo. Lo si può fare con il cinema, i videogames, i giochi di ruolo o con ogni prodotto di consumo “pensato” per i giovani. C’e’ una spinta ad allontanarsi dalla realta’, continua, consapevole e funzionale al sistema; per questo vengono forniti pacchetti completi di irrealtà preconfezionata e a pagamento.Per quanto mi riguarda, sono sensibile ad ogni tentazione consumistica, ma per poter raccontare storie devo spesso stare da un’altra parte, dove possa vedere con i miei occhi e sperare di trovare uno scampolo di autenticita’.
Un esempio: mi sono commosso a vedere il Signore degli anelli (il primo), perché mi ha riportato alla mente la defunta passione per il fantasy e tutto quello che vi era correlato. Ma atterrisco all’idea di una standardizzazione della fantasia che un’operazione come quella del Signore degli anelli opera sull’immaginazione dei ragazzi.
Una blindatura dell’immaginazione (in questo caso del fantasy). Un solo Gandalf possibile, un solo Aragorn, un solo Gollum e così via. Forse è giunto il momento di cambiare il termine “Fantasy” con “Normality”; sarebbe più indicato.
Questo accade per tutto e per tutti i generi di racconto. Quando mi sono ritrovato a disegnare scene d’azione mi sono accorto della quantità di fantasia non autentica che avevo nella testa. Molto difficile liberarsene. Molto difficile, ma secondo me, assolutamente necessario.
Oppure no. Si può continuare a disegnare fantasie di altri, mettere nomi americani ai nostri personaggi e sparare con due colt desert eagle tenute in orizzontale gridando “sei fottuto!”. Molti lavorano in questo modo e ci tirano su pure parecchi soldi. Non è difficile. Il problema è che mi fa cagare farlo.
Quindi devo trovare il modo di stare da un altra parte, e questo è l’aspetto più faticoso di tutto il lavoro.

La cosa che più mi stimola e mi piace della tua opera sono gli sguardi sulle periferie urbane e il tuo modo di dipingerle, soprattutto in quelle immagini che sembrano dense di pioggia e sfumata oscurità (come tra l’altro nella bellissima illustrazione di copertina). Il titolo Esterno notte ha qualche attinenza con cio’ oppure sottintende qualcos’altro?
Esterno Notte ha diversi significati. Il primo è un termine utilizzato in sceneggiatura cinematografica per indicare una scena da girarsi , appunto, in esterno di notte. Questo richiamo al cinema non è casuale e difatti le inquadrature che uso nelle storie sono spesso di criterio cinematografico. Non ho mai letto niente sul fumetto, ma ho letto tanto di regia e sceneggiatura cinematografica. Le tre cose che so sui tagli e il flusso del racconto vengono da li’.
Il secondo significato è più nascosto. Negli anni in cui ho lavorato al libro ho dovuto combattere (e lo faccio ancora) con dei brutti momenti ricorrenti in cui non sto proprio benissimo. Questi momenti hanno condizionato il tono dei racconti. In questo caso, Esterno diventa voce del verbo esternare. Ed esternare notte vuol dire, per me, riconoscere il tono scuro dei racconti che ho scritto.
E poi c’e’ quello più chiaro e visibile. Una certa passione estetica per la notte, le luci, i fari delle auto e per le scene in esterno. Mi diverto a disegnare le luci.

Esternare arte: intervista a Gipi (prima parte) - esterno-ok-389x500Sempre parlando del tuo libro, ho notato come contrapponi meravigliosamente il segno spesso scarno e disadorno delle figure umane agli ambienti nelle quali si muovono, con queste grandi macchie ad olio che si dilatano sulla tavola. C’e’ qualche ragione che ti ha portato a questa scelta stilistica?
Volevo sacrificare tutto al racconto e quindi mi occorreva una tecnica che mi permettesse di non rompermi le palle con disegni preparatori e raffinatezze. La tecnica a olio usata mi ha permesso di lavorare di getto, a grande velocità (una tavola veniva fatta in circa sei ore) e mi permetteva ripensamenti, sovrapposizioni, casino insomma. Le luci sono spesso grattate via con delle punte di ferro e carta vetrata; una bella attività se sei nervoso. C’e’ poi la questione della diversità tra personaggi e sfondi. L’idea è che le persone siano fatte di sostanze differenti dal mondo che le ospita. Così mi sono prodigato in luci e nuvole nei cieli ed ho reso i personaggi in modo (spero) spietato.
La cosa buffa, alla fine, è che ho vinto il premio Micheluzzi come miglior disegnatore (Napoli Comicon) con un lavoro dove non ho fatto altro che cercare di non-disegnare. Stranezze della vita del fumettista italiano.

Di contro si può vedere sul tuo sito una nuova storia intitolata provvisoriamente “appunti per una storia di guerra”, nella quali ribalti, in maniera sostanziale, il tuo stile, alleggerendo la tavola, sostituendo gli oli con gli acquarelli. Cosa ti ha portato a questo cambiamento?
Esterno Notte era già stato pubblicato, avevo ricevuto tante critiche positive e le vendite stavano andando bene. Cosi’, dopo qualche giorno, mi sono rimesso al tavolo da disegno e mi sono detto: “Ole’, ora facciamo mille storie nuove con questa acclamata tecnica artistica e diventiamo una star del fumetto mondiale!”.
Nulla. Un blocco totale. L’idea di rimettere mano alla pittura a olio mi faceva vomitare. L’odore del diluente mi era divenuto insopportabile. Le sovrapposizioni, gli esperimenti di E. N. mi parevano già infantili. Grossa crisi.
Avevo un bisogno di leggerezza. Da un po’ di tempo avevo preso a disegnare le facce di tre ragazzini, con pochi tratti, quasi senza ombre. Era come se avessi bisogno di aria nei disegni.Ho ripreso in mano l’acquarello e ho iniziato a fare degli studi per una storia, molto lunga, su cui stavo lavorando da tanto. Così facendo , senza accorgermene, ho disegnato metà della prima tavola. L’ ho guardata e mi sono detto: “cazzo Gipino, questa mezza tavola è bella e tu sei troppo pigro per ripartire da capo“. Da quel momento non era più uno studio, ma la prima tavola ufficiale di “appunti per una storia di guerra”. E sono partito ed ora sono alla tavola trenta.
Questa nuova storia è davvero importante per me. E’ un esperimento, come sempre. Voglio vedere se posso mantenere tutte le buone intenzioni di spontaneità e improvvisazione su una vicenda lunga e strutturata. Allo stesso tempo è un “vero fumetto”, con personaggi definiti che ci porteremo dietro per cento pagine, che vedremo cambiare. Ci sono tanti dialoghi e i balloons e i testi inseriti, scritti sulla tavola originale.
Questo per me vuol dire allontanarsi dalla pittura e avvicinarsi al fumetto. E’ un lavoro che mi sta appassionando. Succedono cose interessanti, spesso i personaggi si ribellano, man mano che crescono inventano battute o modificano quelle che avrebbero dovuto pronunciare, come da sceneggiatura.
La storia sembra funzionare. Igort mi ha scritto una lettera dove dice che , secondo lui, è la cosa migliore che ho mai fatto. Io sono d’accordo con lui. E lo sarò per le prossime 48 ore.

Intervista condatto via mail a maggio 2004.

Nella seconda parte Gipi ci parlerà ancora della sua tecnica, del fumetto in generale, del suo lavoro di insegnate e della sua passione per la regia…

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