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Captain America: The Winter Soldier – La recensione del film

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Se una notte d’inverno un soldato…

Captain America: The Winter Soldier - La recensione del film - capwsposterPrendete un eroe degli anni ’40 del secolo scorso, uno di quelli tutti d’un pezzo che abbattono i nemici a colpi di cazzotti e ideali patriottardi. Gettatelo nel mondo d’oggi, tra infiniti orrori e terrorismi senza nome, laddove le antiche ideologie contrapposte sono cadute e i droni hanno rimpiazzato sul campo di battaglia il senso dell’onore, cosa accadrà al nostro eroe? Cosa resterà del suo idealismo senza macchia né paura?

In fondo è questa la strada narrativa che i registi Anthony e , coadiuvati da una adrenalinica sceneggiatura di e , hanno scelto di percorrere nel sequel di Capitan America, The Winter soldier.

Un soldato fuor d’acqua

Se il primo film dedicato a “Cap” dai nel 2011 (“Il primo vendicatore” di Joe Johnston) era un commosso e divertito omaggio “vintage” alle origini ed alle ingenuità del supereroe-propaganda creato da Joe Simon e Jack Kirby negli anni Quaranta, il secondo capitolo cinematografico della sua saga, adotta la “versione di Stan” del Capitano, ovvero quella matura della seconda metà degli anni Sessanta.

Quando Stan Lee e lo stesso Jack Kirby recuperarono il personaggio originale della Timely, all’interno del loro variopinto universo Marvel di “supereroi con superproblemi”, adottarono la classica drammaturgia del “Pesce fuor d’acqua”. Lo Steven Rogers, veterano della 2° guerra mondiale, che “I vendicatori” scongelano da un blocco di ghiaccio nell’oceano, è un uomo – per forza di cose – fuori dal tempo che lotta per cercare un suo posto in un mondo diverso. Le migliori storie fumettistiche del personaggio hanno sempre sfruttato la forza narrativa di questo stridente contrasto.

“The Winter soldier” ricalca questa formula, anche se qui invece della speranzosa America dei Sixties, ad accogliere il supereroe a stelle strisce per eccellenza c’è un’ America contemporanea (obamiana?), molto più smaliziata e grigia. Il tutto viene reso anche con una certa ironia nel film, per esempio mostrando che lo Steven Rogers, interpretato dall’ipermuscoluto , gira con un moleskine dove annota tutti i film e le musiche che si è perso da ibernato e che adesso cerca, disperatamente, di recuperare.

I tre giorni di Steve Rogers

Il conflitto “epocale” del personaggio viene rappresentato – e non potrebbe essere diversamente in una pellicola di pura azione – soprattutto nell’ambito del mondo spionistico in cui sono calate le sue nuove avventure. Sin dalla prima sequenza, girata con la sapienza digitale di un videogioco “sparatutto” di ultima generazione, veniamo edotti sul fatto che il Capitan America del terzo millennio è ormai a tutti gli effetti un super-agente dello S.H.I.E.L.D., la colossale e supersegretissima “CIA” dell’universo Marvel.

Ma cos’è di preciso lo S.H.I.E.L.D.? Servire come agente segreto in un’organizzazione come questa, significa davvero “servire il Paese”, come Capitan America faceva da super-soldato nelle file dell’esercito? E, nel farlo, può rispettare il suo codice d’onore? Sono le domande, silenti, che sembra farsi lo Steven Rogers del film mentre in un crescendo d’azione e suspence, vediamo rovesciarsi ogni sua certezza.

La storia assume (nella prima parte, la più solida in termini narrativi) il ritmo di un’autentica spy story che, senza rinunciare alle prerogative fantasmagoriche del filone supereroico, deve anche qualcosa agli ultimi e nerboruti exploit cinematografici del James Bond di Daniel Craig. I fratelli Russo, poi, pur muovendosi nell’ambito del puro mainstream d’intrattenimento, dimostrano una colta sapienza di genere, costruendo atmosfere che arrivano a certi classici spionistici degli anni 70’ come I tre giorni del Condor.
I rimandi prendono il phisique du role sul grande schermo di un’icona del cinema come che di quella stagione fu il protagonista indiscusso. Apparentemente lontano dalla poetica digitale fracassona dei film di supereroi, l’anziano Redford funziona invece benissimo in un ruolo ambiguo che simbolizza le contraddizioni del potere, in quella zona grigia tra bene e male di cui si alimentano i conflitti contemporanei.

L’altro soldato

Su tutto emerge la figura dell’antagonista di Capitan America in questa storia: il terrificante e inarrestabile “Soldato d’inverno” (“Winter soldier”), ideato dallo sceneggiatore Ed Brubaker in una delle saghe a fumetti più belle di sempre del personaggio. Non vogliamo svelare troppo al lettore/spettatore che non conoscesse la trama disegnata, ripercorsa dalla pellicola. Diciamo semplicemente che il “Soldato d’inverno” pone Capitan America in maniera plastica di fronte ai suoi conflitti interiori in termini di morale ed umanità.
Al lettore purista, forse, rimarrà il rimpianto per la complessità del personaggio di carta rispetto alla sintesi operata sul grande schermo ma questi confronti cellulosa/celluloide – lo sappiamo bene – lasciano il tempo che trovano. Il “Winter Soldier” è comunque una figura riuscita, che deve qualcosa ai “Bane” e al “Joker”, sviluppati da Christopher Nolan nella recente saga di Batman e che offre spessore ad una seconda parte del film, per il resto dominata da un’orgia di chiassosi effetti speciali.

Capitano, o mio Capitano

Che l’imperativo di “show 3D” governi ormai le ragioni drammaturgiche di questi fastosi kolossal supereroistici è un dato di fatto. “The Winter soldier” non fa eccezione ed anzi promette di appagare appieno chi cerca, seduto in una poltrona di cinema, un rutilante viaggio sulle montagne russe dell’intrattenimento digitale.

Agli aficionados di Cap resta la soddisfazione di vedere comunque temi e trame coerenti con l’icona fumettistica che amano. Un personaggio che continua ad avvincerci da decenni grazie a quel mix inconfondibile di coraggio e valori, a quell’afflato retorico e al tempo stesso umanissimo che permea le sue vicende da sempre, rendendolo forse meno “super” di tanti altri paladini mascherati, ma di sicuro più credibile come eroe.

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