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Settimo piano: Åsa Grennvall e la violenza sulle donne

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Settimo piano: Åsa Grennvall e la violenza sulle donne - 7-piano-cover-piccolaUna ragazza vestita di nero, in macchina con la madre. Il silenzio del viaggio. Un saluto affrettato quando arrivano a destinazione. Una stanza vuota che si riempie di foto e poster. Settimo piano inizia così, con un gran respiro prima del salto: ci presenta Åsa, la giovane protagonista, appena iscritta a una scuola d’arte dove spera di trovare se stessa e cancellare le insicurezze che ha accumulato nella sua pur breve esistenza. A una festa conosce Nils, un ragazzo fantastico, apprezzato da tutti, che diviene il suo cavaliere in armatura scintillante, per poi trasformarsi nel carceriere che renderà la sua vita un inferno.

Åsa Grennvall parla di sé, in un racconto autobiografico che percorre tutte le tappe della violenza che ha subito: la speranza per un rapporto meraviglioso che nasce, il dubbio che monta di fronte alle prime stranezze di una relazione troppo esclusiva, l’auto convincimento ostinato di essere l’unica a sbagliare, la quieta disperazione nel constatare che non ci sono sbocchi, che il destino è fatto di percosse, minacce e un costante annullamento. Fino all’insperato momento di rottura: quando raccoglie le forze necessarie ad affrancarsi dal buco nero in cui è caduta.

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Settimo piano non vuole essere gradevole o interessante: è monolitico e ossessivo. La struttura è (con un solo, efficace contro esempio per il primo litigio fra i due) una fabula che propone in successione martellante la personale galleria degli orrori della protagonista, in un crescendo appena spezzato da pochi momenti di pausa in cui Åsa, rompendo la vignetta, fa da eco alla domanda che ognuno di noi si pone nel leggere il suo racconto: “come può essere così stupida?” Come può restare con una persona che le fa del male?

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Settimo piano non ha intenti narrativi: è uno sfogo, una terapia, la testimonianza gridata da una sopravvissuta.
Lo vediamo nella struttura, che espone i singoli episodi con didascalica precisione, e lo percepiamo nei dettagli omessi, nelle costruzioni mancanti. Non ci sono personaggi di contorno: solo comparse che esauriscono la loro funzione nel sottolineare la crudeltà degli eventi.
Lo stesso Nils è rappresentato nella paurosa essenza del mostro, ma non c’è alcuno spazio per l’uomo, nessuno spessore, nessun tentativo di analisi. Ed è forse naturale che sia così: difficile per la vittima concedere spazio in positivo all’uomo che le ha rovinato la vita.
Se appare quindi un’esigenza legittima da parte dell’autrice, anzi, se l’allontanamento senza appello del proprio aguzzino sembra una tappa necessaria per la sua ricostruzione psichica, verrebbe da chiedersi: cosa sarebbe stato, Settimo piano, se si fosse sostituita la bestia senz’anima con un essere davvero tridimensionale, se si fosse tentato un approfondimento anche del personaggio negativo?

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C’è una pagina, a metà percorso, in cui Nils chiede ad Åsa “Hai mai pensato di portarmi in un ospedale psichiatrico, o qualcosa del genere?”
Non la si avverte come una delle sue solite domande provocatorie, non seguono schiaffi o calci, non grida e non accusa: è un interrogativo angoscioso buttato lì, come se parlasse a se stesso. È una parentesi di calma che riesce a impressionare, perché percepiamo una crepa di umanizzazione (e quindi di avvicinamento a noi) in una figura che altrimenti sarebbe rimasta comodamente monodimensionale (e in quanto tale catalogabile come innocua anomalia da stigmatizzare).
Ma quella pagina, quell’abbozzo di presa di coscienza, non si sviluppa e rimane quasi una domanda retorica dell’autrice, piuttosto che del personaggio.
Ecco quindi che la monoliticità dell’opera, pur motivata, riesce a essere la sua forza, ma anche il suo limite.

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Il versante grafico è un altro punto difficile: si potrebbe dire che i disegni sono naïf. La verità è che sarebbe un modo di essere gentili. Le tavole sono scarne, i bianchi e neri appaiono distribuiti senza una idea grafica ad equilibrarli, le fisionomie sono semplicistiche e riducono i personaggi a burattini che non utilizzano gli spazi, ma vi si dispongono con rigidità. Le scene dinamiche sono particolarmente carenti, da questo punto di vista: Åsa Grennvall ricorre a piccole virgolette cinetiche per descrivere i movimenti più veloci, ma i corpi non si dispongono con coerenza, ostinandosi ad assumere pose statiche a favore di camera. Gli ambienti sono resi con poche linee tremolanti e con elementi di arredo appena sufficienti a definirli. Le figure, irrimediabilmente bidimensionali, si muovono in una prospettiva appena abbozzata, o più spesso si adagiano su una troppo semplice visuale isometrica. La tensione verso il didascalico, che si avvertiva nella struttura narrativa, è anche più evidente nei disegni: un esempio per tutti, la deformazione dei corpi durante i litigi.
Si può affermare che il tratto sia spontaneo, ma ha senso definirlo efficace?
Lo stile infantile è davvero perfetto per raccontare la tragedia e rendere la fragilità dell’autrice?

Per concludere, è complicato parlare di Settimo Piano. Se da un lato è un lavoro che colpisce, un racconto doloroso che non lascia indifferenti, se è evidente il coraggio di Åsa Grennvall nel mettersi a nudo, è anche indubbio che si tratti di un’opera acerba, nella quale l’impulso creativo, così estremo, è stato insieme motore potente e intralcio principale.

Abbiamo parlato di:
Settimo Piano
Åsa Grennvall
Traduzione di Laura Tonani
Edizioni, gennaio 2014
84 pagine, brossurato, bianco e nero – 11,00€
ISBN: 9788897698142

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