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Vedro’ Singapore?

Vedro' Singapore? - immagine1-1386Adattare una storia letteraria in un’altra forma espressiva è una operazione che difficilmente riesce a coniugare efficacia e fedeltà all’opera – intendendo come fedeltà non solo, o non tanto, la corrispondenza di eventi e protagonisti, quanto lo spirito dell’opera. Se dal romanzo al film gli esempi di tali difficoltà non mancano, è comunque evidente come risulti altrattanto arduo passare dalla parola scritta al fumetto. Anzi, là dove una trasposizione cinematografica è costretta dalla sua stessa forma a riadattare il racconto visivamente, trasformando le parole in dialoghi ed inquadrature, il fumetto rischia spesso di perdersi in mezzo alle righe dell’originale, di diventare una sorta di selezione illustrata delle frasi più significative del romanzo, lasciandosi prendere dalla tentazione di riproporre massivamente stralci dell’originale.
Questo adattamento del romanzo omonimo di Piero Chiara ad opera di non sfugge a questi difetti, risultando così denso di parole ed ancora parole; nonostante questo, vuoi per l’atmosfera della fonte, vuoi per la scelta di raccontare la storia come una serie di ricordi in prima persona, giustificandone la natura didascalica, la lettura risulta scorrevole ed il risultato finale più che apprezzabile e velatamente poetico.

Vedro’ Singapore? è disegnato con uno stile realistico, in cui i volti appaiono caratterizzati in maniera netta e le figure si propongono in maniera statica ma non legnosa, assumendo quasi un aspetto da fotoromanzo disegnato. Il particolare stile di colorazione al computer rafforza questa apparenza, alternando i toni di grigio della narrazione del presente a quelli tendenti al marrone degli anni ’30, creando un affascinante effetto “vecchia foto” molto adatto. Piccole pecche si evidenziano quando il disegnatore si lascia prendere la mano dall’uso dei programmi grafici, con effetti di sfumatura che mal si adattano al suo stile ed ancor meno all’ambientazione del racconto.

La storia inizia nel 1981, ma si sposta rapidamente negli anni ’30 attraverso i ricordi del protagonista.

Fin dalle elementari, la nota saliente dele mie qualifiche era la “svogliatezza”. Una parola che non aveva, per me, significato di biasimo, perché non era una colpa. La svogliatezza era solo la voglia di non aver voglia.

Eppure nel lungo racconto della sua gioventu’, il narratore sembra avvertire continuamente il peso di questa sua mancanza di coscienza, di attenzione per la propria vita, questa incapacità nel saper trovare una propria strada, o meglio, di saperla scegliere. In effetti, la sua vita si trascina nei mediocri lavori a cui egli si aggrappa con la sola necessità di scegliere il meno possibile, una volta intrapresi.Nella sua carriera di sotto-sotto impiegato statale, tra le bizzarrie che solamente la burocrazia italiana rende credibili, lo seguiamo dalla sperduta Aidussina a Cividale, fino a che uno strano amore verso una donna impossibile, amore che per la sua indolenza anche sentimentale non sarebbe mai potuto essere pienamente vissuto, ed i problemi con i suoi superiori, non lo portarano a Venezia.
Da qui si trova costretto a partire per Singapore, per fuggire alla denuncia per l’aggressione ad un alto funzionario statale, con il quale nei mesi erano maturati motivi di attrito.

Il racconto non ci dirà se il protagonista giunse mai in Oriente (quello ce lo svela il romanzo), un luogo che per lui era la rappresentazione di un mondo sconosciuto e lontano, di un vero, nuovo inizio. Infatti, un richiamo più forte, come portato dal vento, gli fece tornare la nostalgia per il suo paese, sul Lago Maggiore, paese da cui era fuggito solo un anno prima. Le sponde di quel lago, erano diventate per lui la meta, il mondo nuovo di cui sentiva ardentemente il bisogno.

Per una recensione del libro di Piero Chiara vi rimandiamo a ItaliaLibri.net.

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